Morire a Danzica

Si chiamava Pawel Adamowicz, era sindaco di Danzica, di idee liberali e con una visione politica europeista e aperta sul mondo, ed è stato assassinato durante un evento di beneficienza da un ventisettenne appena uscito di prigione, che si dice volesse vendicarsi dell’arresto a suo dire ingiusto. Scritta così, potrebbe sembrare una notizia in cronaca, senza altre motivazioni politiche che non siano quelle derivanti dalla carica ricoperta dalla vittima del folle attentato.

Però, il ventisettenne omicida ce l’aveva con il sindaco della cittadina affacciata sul Baltico in quanto esponente di quell’opposizione liberale al governo nazionalista polacco che accusava di averlo «torturato» con una detenzione immotivata e ingiusta. Lui è affetto da disturbi psichici, stando ai medici che lo hanno avuto in cura. «Tuttavia», scrive nel suo commento per Repubblica Lucio Caracciolo, «l’assassinio di Adamowicz ci invita a riflettere sullo stato di un grande Paese europeo che si sta avvitando in una spirale nazionalista». Una «deriva», aggiunge il direttore di Limes, «che ci riguarda direttamente. Mai come ora», spiega in un pezzo che ha per titolo, terribilmente, Un demone in Europa, «Polonia e Italia sono state vicine e assonanti, entrambe cavalcando una piattaforma islamofobica (dietro cui si nascondono spesso riflessi antisemiti). Tanto da indurre i leader di Polonia, Italia, Ungheria a tratteggiare un asse dei nazionalisti, quasi una “triplice alleanza” anti-migranti, destinata a salvare l’Europa da chi vorrebbe “scristianizzarla”». «Sarebbe ingenuo», è il monito che l’esperto di geopolitica aggiunge subito dopo, «declassare tali intese a pura manovra pre-elettorale, in vista del voto europeo di maggio. Quando il dibattito democratico si colora da scontro di civiltà, tutto diventa possibile. Anche il deragliamento violento, o comunque l’eccitazione di qualche mente malata, troppo sensibile alla retorica della demonizzazione di chi la pensa diversamente».

E al netto dell’evidente paradosso dell’internazionale sovranista nascente nell’Unione, di cui dice lo stesso Caracciolo, il pericolo c’è. Possiamo ignorare quello che sta succedendo o addirittura disinteressarcene di proposito, perché non ci riguarda e perché, insomma, nessuno è chiamato a caricarsi di tutto. Dopotutto, ci si chiese un tempo se davvero valesse la pena «morire per Danzica», mentre tutta la Polonia veniva invasa dai carrarmati nazisti, figurarsi se qualcuno non può giustamente invocare il rifugio nel proprio particulare se un matto accoltella un tale a migliaia di chilometri di distanza. Solo che quella domanda, quella chiamata al ritiro, al farsi i fatti i propri, non è mai disinteressata: non lo fu allora, lanciata da chi, Marcel Déat, poi s’incaricò di fondare in Francia un partito d’ispirazione nazionalsocialista e collaborare con il Reich di Hitler, non lo è oggi.

Quello che succede quando si esasperano – che avvenga per ragioni misere di calcolo elettorale o per convinzione ideologica radicata e profonda, da questo punto di vista, non fa alcuna differenza – i toni del dibattito pubblico e i temi del discorso politico, non è mai secondario e non è mai casuale. Sta a noi, a ciascuno di noi singolarmente inteso, trarne le conseguenze.

E stabilire cosa, ognuno, può e deve fare.

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