Del votare con i piedi e di altre storie d’emigrazione


«I cittadini giovani, così come i dipendenti Ryanair non hanno fatto molto rumore negli ultimi anni. Non sono scesi in piazza, non hanno protestato. Hanno però fatto una cosa molto più radicale e grave: hanno votato con i piedi». Scrive così Adriano Ingrosso, pilota comandante di Xiamen Air, in una lettera aperta a Il Sole 24 Ore. E ci sono molte ragioni in quello che dice.

Il parallelo fra i piloti della compagnia aerea con l’arpa celtica sulla coda e i giovani della nazione con il sole del mediterraneo negli occhi non è immediato; ma è perfetto. Gli uni e gli altri hanno subito trattamenti peggiori dei loro pari, dipendenti di qualche altro armatore dei cieli o cittadini di una diversa nazione che fossero, non hanno inscenato proteste o atti di forza, forse anche per non cadere nello stereotipo del lavoratore sempre insoddisfatto o del ragazzo mai pronto ai sacrifici; invece, quando e come hanno potuto, hanno levato le tende e se ne sono andati. Come il bambino di Io speriamo che me la cavo, hanno detto ai tanti perennemente in guerra per il controllo del posto in cui vivevano, tenitavill ‘stu sfaccimm ê pais. Giusto? Sbagliato? Poca voglia di lottare o tanto coraggio nel partire? Non saprei: ma hanno fatto così, e il problema è rimasto nelle mani di quelli che sono restati.

Sì, perché ha un bel dire l’incautamente nominato ministro del Lavoro nel suo bearsi di quelli che si sono «tolti dai piedi» (probabilmente perché non sapevano giocare a calcetto), ma se i più giovani, laureati o meno che siano, cervelli pregiati o sole braccia da lavoro, lasciano l’Italia per cercar condizioni migliori, e poi magari le trovano pure, sarà difficile che ritornino.

E se state pensando di chieder loro che fine abbiano fatto l’ottimismo e la fiducia nel futuro, attenti: potreste ottenere in risposta un po’ di quel sarcasmo sprezzante da voi riservato a chi vi parlava di libri e cultura: con quelli non ci paghi le bollette, tantomeno i contributi previdenziali.

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