Non riesco a dar torto ai rinunciatari

«C’era Berlusconi, e io ero precario. Poi c’è stato Monti. E Letta. Dopo Renzi, e non è cambiato nulla. Ora Gentiloni, e mi hanno assunto a tempo indeterminato. Ma siccome han tolto quella cosa per cui, se mi licenziano senza giusta causa, posso riavere il posto, in pratica, io sono ancora precario. Domani ci sarà un altro; ma per me cosa cambierà? Ecco perché non m’interessa chi sarà a vincere le elezioni, perché io, comunque, le perderò». Così un giovane amico.

E quella sulla precarietà dei contratti di lavoro è solo una delle questioni che potremmo usare come esempio. Il quadro che emerge, in ogni caso, è sempre quello dell’immobilità e dell’immodificabilità dei rapporti e delle condizioni nel sistema presente. Ecco perché, sempre più in molti, rinunciano a credere che sia possibile cambiare qualcosa, e a impegnarsi perché ciò possa accadere. E io sempre meno trovo discorsi e ragionamenti con cui spiegare loro che han torto. Anzi, quasi mi verrebbe da pensare che abbiano ragione.

Certo, capisco che in questo modo diventa una profezia che si auto-avvera: ma che ci posso fare? Che ci possiamo fare? Noi, dico, quelle che solo hanno le proprie teste e le proprie braccia, cosa possiamo fare, impegnarci, contribuire? In tanti ci abbiamo già provato e alcuni per tanto tempo. E con quale risultato? No, grazie, credo che anch’io sceglierò di non scegliere al prossimo giro.

Auguri a tutti. Come si dice in questi casi, vinca il migliore. Oppure no, tanto, che cambia?

Questa voce è stata pubblicata in libertà di espressione, politica e contrassegnata con , , . Contrassegna il permalink.

Lascia un commento