Alcuni erano rivoluzionari

Sì, come nella canzone di Gaber, «qualcuno era comunista perché la rivoluzione oggi no, domani forse, ma dopodomani sicuramente». Poi quel futuro di speranza è diventato, banalmente, un presente di piccole sicurezze e grandi paure, un imperfetto quotidiano di cui accontentarsi perché così è sempre stato, e che altro volete cambiare, figli miei, se non ci siamo riusciti noi.

I rivoluzionari di carta come le copertine di giornali da cui giocavano a fare i guerriglieri, a quel punto sono diventati gli araldi e i giannizzeri del sistema presente. «Al capitalismo non c’è alternativa», ti dicono quelli che ieri si dicevano pronti a seguire Mao in marcia, magari giustificando i carri armati di Chruščëv  in Ungheria perché, insomma, il partito non sbaglia mai, sognavano il Che perché il movimento non muore mai e non vedevano, fra queste posizioni, nessuna delle contraddizioni che adesso saltano agli occhi anche del lettore più superficiale. Poi hanno scoperto Kennedy (che c’era già ai tempi del Che e di Chruščëv, ma stava dall’altra parte e disponeva il bloqueo contro Cuba — che non è un’invenzione di Trump — proprio per colpire pure l’Urss e iniziava, di fatto, la guerra in Vietnam contro cui, sempre loro, cantavano canzoni discretamente pop), dopo ancora le terze vie, le posizioni mediane, il centro dove si vincono le elezioni e ora, appunto, il motto della Thatcher: there is no alternative. Le parabole personali sono sempre rispettabili, il cinismo spaventato col quale spiegano il loro conservatorismo moraleggiante, sinceramente, un po’ meno.

Avessero il buon senso del reduce degli amici al bar, visto che abbiamo iniziato con una canzone, quello capace di concedere a chi viene dopo la possibilità di tentare, se non altro di pensare di poter tentare, e di riuscire là dove si è fallito. Invece no, giudicano impossibile quello che un tempo dicevano a portata di mano e, con il ghigno tirato dei vecchi quando provano rancore per le cose che ormai non possono far più appena velato da un forzato sarcasmo, urlano a chi prova a sognare un mondo migliore di svegliarsi, perché è impossibile farcela dove han mancato.

E io non li capisco, per quanto i miei quarant’anni siano pochi meno dei loro.

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