E chiedersene il perché?

Quante volte l’avete sentita ripetere? Tante, immagino. In questa stagione, anzi, pare essere proprio diventata una categoria dell’analisi sociale e, di conseguenza, politica. La si legge negli editoriali dei dotti opinionisti, la si scorge nelle dichiarazione dei titolati politici. La sintesi della teoria che sempre si ode enunciare, in buona sostanza, è: «siete rancorosi». Così loro dicono.

Ora, non saprei. Forse lo evincono dalle parole che alcuni usano, dai toni a volte irati che ascoltano. E può essere che qualcuno arrabbiato lo sia davvero. Ma i conti logici e fattuali a sostegno di questa categorizzazione, «i rancorosi», appunto, nemmeno su quelle basi empiriche tornano. Lo dicono anche di me, ad esempio, eppure io non alzo mai la voce, evito accuratamente di usare un linguaggio scurrile, sono parsimonioso persino nell’uso dei punti esclamativi, ché mi sembrano un utile gridare le proprie ragioni. Quelli interrogativi no, di questi ne uso molti. Perché mi piace provare a capire il perché delle cose e delle idee, e perché, in fondo, è sempre meglio chiedere che pensare di aver già tutte le risposte. E sarebbe quello che consiglierei di fare a quanti accusano gli altri di provare livore verso di loro, se mai fossero disposti a farsi dare un consiglio da uno come me.

Ecco, precisamente: se davvero credete che in tanti nutrano quella rabbia che voi denunciate nei confronti della società e del modo in cui è organizzata e funziona, e che voi tanto difendete e vi impegnate, con fede e volontà ammirevoli, a rappresentare, non credete che, fra una censura e una condanna, sarebbe pure il caso di chiedersene il perché?

Poi, per carità, di sicuro avrete ragione voi.

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