Se pure l’operaio della Ruhr non c’è più

Domenica, nel Land di Dortmund, la Merkel ha vinto e Schulz ha perso. Per dirla con i numeri, la Cdu ha superato il 33,5% dei consensi mentre la Spd si è fermata al 31. Nel 2012, i socialdemocratici arrivareono a superare il 39 e i democratico-cristiani appena al 26. Inoltre, i Verdi, che erano al governo in coalizione con la Spd, passano dall’11 al 6 e, al contrario, i liberali, possibili alleati dalla Cdu, salgono al 12 dall’8. Questioni regionali? Non del tutto.

Non è un affare locale perché la Renania Settentrionale-Vestfalia non è il piccolo Saarland o il periferico Schelswig-Holstein. È il Land più abitato della nazione più popolosa d’Europa, pesa in percentuale più di quanto non faccia la Lombardia per l’Italia e, nei rapporti di forza politici storicizzati, rappresenta per la Germania quello che la l’Emilia è qui da noi: una roccaforte di sinistra imprendibile per gli altri. Almeno fino a domenica scorsa, appunto. Il Nord-Reno è anche il bacino della Ruhr, quello stesso nel quale, insieme con le fabbriche inglesi e in parallelo con le industrie della East Cost statunitense, l’operaio come protagonista centrale nella cultura politica e sociale di una grossa parte del vecchio si è venuto definendo. E a quell’operaio o agli eredi che ne sono rimasti e che quella definizione, per convinzione o costrizione, hanno lasciato per strada, come peraltro già successo in Inghilterra e negli Stati Uniti, la sinistra non riesce più a parlare.

E qui dovremmo venire ai «perché», ma non ne ho da offrire. Tranne forse uno. Per farlo, chiederò un immeritato aiuto alle parole che Carlo Levi fa dire al suo Andrea Valenti, quasi sicuramente alter ego letterario di Leo Valiani, ne L’Orologio: «Eravamo partiti che volevamo la rivoluzione mondiale, poi ci siamo accontentati della rivoluzione in Italia, e poi di alcune riforme, e poi di partecipare al governo e poi di non esserne cacciati. Eccoci ormai sulla difensiva: domani saremo ridotti a combattere per l’esistenza di un partito, e poi magari di un gruppo dirigente o di un gruppetto, e poi, chissà, forse per le nostre persone, per il nostro onore e la nostra anima».

Tutte le socialdemocrazie e le sinistre “riformiste” hanno subito un po’ la dinamica di cui parla quel passo leviano: dalla promessa della trasformazione totale dell’ordine costituito, si sono acconciate alla difesa integrata dello stato delle cose, smettendo di rappresentare un’opposizione di sistema, ma limitandosi, al massimo, a offrire sfumature diverse dello stesso racconto, ormai tanto simile da poter essere contenuto senza scandalo e da anni in ripetute e copiate “grandi coalizioni”. Così facendo, la sinistra ha smesso i panni dell’alternativa dopo aver già da tempo smarrito quelli dell’alterità, contribuendo alla definizione di uno scenario in cui, semplicemente, è superflua.

Perché chi vuole il mantenimento dello status quo non ha bisogno di guardare a essa, dato che, nel caso, migliori garanzie le offre la destra, per quanto moderata, mentre quanti vorrebbero che tutto cambiasse sanno di non poter contare sulla possibilità di intercettare un medesimo impianto “rivoluzionario” in quella parte che pur da lì, in un’epoca ormai tanto remota da essersene persa del tutto la memoria, mosse i suoi passi sulla scena del mondo e per i destini degli uomini.

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