Se la Fifa ci riesce, perché non ci provano i governi?

Hanno giustamente destato scalpore le prese di posizione dell’Olanda, della Germania e della Danimarca rispetto alla possibilità che ministri turchi in viaggio per l’Europa potessero tenere comizi fra i cittadini di quella nazione sparsi per il continente a sostegno della riforma della Costituzione voluta da Erdoğan. Curiosamente, il novello sultano ha accusato di antidemocraticità il governo dell’Aia (veramente li ha definiti fascisti e nazisti marci dentro; quello è l’uomo), mentre la sua è un’azione che mira proprio a ridurre gli spazi di democrazia, ma tant’è.

Il dato fondamentale che è emerso da quelle posizioni, principalmente in quella olandese, è che, al di là del merito, non a tutti può essere dato diritto di espressione, se quello che devono dire mette a rischio o pone a repentaglio i valori in cui si crede e su cui, precipuamente, si fonda quella libertà di parola. E inoltre, e di più, quel gesto dei sudditi di sua maestà Guglielmo Alessandro dei Paesi Bassi spiega che non sempre la diplomazia e i rapporti fra gli Stati possono passare al di sopra dei princìpi che si professano. Perfetto. Quando si tratta di Erdoğan, certo. Al limite, con sanzioni e altri meccanismi, se è di Putin che si parla. Se invece in discussione è Trump e la politica dell’amministrazione Usa, la musica cambia. Perché, insomma, un conto è la potentissima Fifa di Gianni Infantino che dice al presidente americano «o togli quel bando verso gli stranieri di alcuni Paesi mussulmani, o niente Mondiale», un altro sono i deboli governi che si arrabattano (curioso come questo termine porti in sé la sua derivazione dai conflitti fra cristianità e islamismo nell’Europa medievale) fra bilance economiche e pesi militari.

Sì, sto giocando con le parole per provocare delle reazioni; cosa c’è di strano? È quello che fanno quanti scrivono dei commenti. Ma il punto vero è purtroppo un altro. Lo so bene che non si può dire a Trump, per fare solo un esempio, «ritira quei provvedimenti razzisti e islamofobi, oppure scordati qualsiasi collaborazione con noi su tutto», perché ci sono gli accordi presi, gli affari delle nostre aziende e le economie dei rispettivi Paesi, in una parola, la Realpolitik, e quindi, come avverrà al G7 prossimo venturo, tutti saranno ancora in fila e sorridenti per la photo opportunity col nuovo commander-in-chief della più potente nazione del mondo. Lo so, lo so.

E lo sa anche Trump. Infatti, vince.

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