L’eventuale prossima disfida a cui non parteciperò

Fra poco andrò a votare. Lo farò perché lo ritengo giusto, per quello in cui credo e per ciò di cui sono convinto. Non so cosa accadrà dopo, se si affermeranno le tesi che condivido o quelle che con la mia espressione elettorale avverso. So che molte cose potrebbero essere diverse, in un caso come nell’altro, e so, se ne vedono i prodromi già ora, che la politica (da considerarsi con tale espressione solo quella che avviene sulla scena della rappresentanza, non quanto si muove nel fondo del rappresentato) rischia di diventare sempre di più qualcosa per cui val meno la pena impegnarsi.

Come dicevo, andrò a votare oggi, ma non so se lo farò ancora in futuro. No, non è una resa all’inevitabile, è una presa d’atto rispetto agli scenari che potrebbero definirsi. Domani, ridotte le elezioni a esclusiva selezione dei protagonisti e “investitura” dei governanti, potrei trovarmi a dover scegliere fra chi mi accusa di «votare per difendere la casta» e quanti, per anni, d’aver votato in difesa della casta mi hanno accusato, fra quelli che pensano che il torto risieda nelle ragioni dell’altro e chi ritiene che si faccia un torto a non dargli ragione, fra coloro che immaginano il male in tutto ciò che non è dalla propria parte politica e quelli che considerano mali della politica tutte le altre parti. Sinceramente, credete che possa servire davvero a qualcosa l’adempimento del proprio dovere civico esercitato nell’opzione fra il partito dell’arrogante De Luca o quello del presuntuoso Di Battista, che abbia senso individuare se sia meglio una Paola Taverna o una Pina Picierno, dirimere, con un voto, quale sia la preparazione più adeguata a guidare il Paese, se quella di Matteo Renzi oppure quella di Luigi Di Maio, sapendo fin da ora che sono entrambi il prodotto della medesima formazione? Perché uno dei rischi di come è posta la questione a valle della campagna elettorale elettorale appena conclusasi è proprio questo: aver fatto della politica un derby fra proposte equivalenti per qualità dei proponenti.

In uno scenario siffatto, più simile agli ambiti sportivi che ai campi più seri che competerebbero agli argomenti in discussione, partecipare è sempre più un’ambizione da vecchi nostalgici dei tempi passati. Rimane il tifo per i propri beniamini, ma se fosse stata questa la mia vocazione, il tifoso, appunto, avrei già da tempo scelto discipline più interessanti e divertenti.

No, così potrebbe bastare. Non anelo a scegliermi colui che dovrà darmi governo, assecondando necessità da cortile più che da polis, tantomeno a esser io quello, che gli altri nulla di così sbagliato han fatto per meritare una simile pena; mi interesserebbe, e tanto, prender parte alla definizione di un’idea politica per capire e poter cercare di affrontare i processi che accadono e si svolgono nella società, scegliendo, di conseguenza, i rappresentanti capaci di farsene carico. Ma non è questo quello che si prospetta, soprattutto nel caso in cui si affermasse stasera con forza l’opposizione che a breve cercherò di contrastare con la mia scheda nell’urna.

È un mesto scenario, me ne rendo contro e ne avverto tutta l’oscurità, seppur sepolta dietro uno schermo a led o sotto una slide colorata: ma alla disfida giocata sul chi sta di qua, chi di là, senza che nulla, significativamente, definisca in sostanza la differenza fra le due posizioni, senza che niente spieghi davvero perché l’una possa esser migliore dell’altra e in cosa, non prenderò parte.

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