Il triste spettacolo d’una spenta democrazia

Mentre scrivo, i risultati delle presidenziali Usa si vanno definendo. Analisti e sondaggi, exit poll e proiezioni sembrano assegnare la vittoria a Trump, ma finché non ci sarà l’ufficialità del responso definitivo, la Clinton non potrà dirsi sconfitta; speriamo, sebbene di speranza paiono rimanerne sempre meno, in quel senso. Di sicuro, oggi si chiude la peggiore campagna elettorale che io abbia mai visto, e se il mio bisnonno non avesse deciso di ritornare da quella New York che lo aveva accolto all’inizio del secolo scorso, non se il mio ipotetico me americano si sarebbe preso la briga di recarsi al seggio.

Detto ciò, e augurandomi che la statistica abbia ancora torto a immaginare lui e non lei sulla poltrona più importante nello Studio Ovale, queste elezioni e il clima nel quale ci si è arrivati confermano un dato che, in alcune parti della società, da vent’anni non è mistero: la globalizzazione sostenuta dal capitalismo finanziario mette a rischio l’idea stessa di democrazia, intesa come partecipazione al governo di una res che si vorrebbe communes prima ancora che publica. Invece, anche questa è soggetta al mercato, agli equilibri in quello e da questo determinabili, pure nella semplice possibilità di accesso alla pratica politica, ormai, per standard economici e di spesa, appannaggio solo di una élite privilegiata. Insomma, dopo la speranza Obama, quella Casa ritorna a essere Bianca, simbolo della ricchezza del potere che la abita, altro che delle masse diseredate che l’America, come nella poesia di Emma Lazarus, si incaricava di affrancare.

Parlando via social, un Olita di Chicago, Mark, mi spiegava come la sensazione che a scontrarsi sul terreno non fossero semplicemente due parti politiche contrapposte per visioni e ideologie, ma due nazioni distinte coabitanti nello stesso Stato, in lotta fra loro per ragioni che si potrebbe azzardare a definire “antropologiche” (facendo la tara di molte implicazione che tale definizione si porta dietro) non sia poi solo e tanto un’impressione. Da un lato, un ceto medio impoverito, principalmente bianco, potremmo dire “WASP”, se si volessero riprendere passate definizioni, che sogna un’America great again, come promette Trump, e punta sul voto per far saltare tutto quello che accusa d’esser l’origine dei propri mali. Dall’altro, fasce sociali più istruite, capaci di cogliere il buono della multiculturalità e le occasioni d’un mondo più grande, che apprezzano le cose per come stanno andando, che in esse si trovano bene e che, votando Clinton, pensano di poter conservare e garantirsi per il futuro.

Nel mezzo, le macerie che comunque questo scontro lascerà, e sulle quali non invidio chi sarà chiamato a tentare di ricostruire il senso di una comunità. Leggevo alcuni brani di articoli di una columnist del New York Times, non certo “la gazzetta del populista”, Maureen Dowd, in cui, in pratica, la candidata dem veniva disegnata come una sorta di «vescovo episcopale che pensa di meritare di vivere al livello dei parrocchiani più ricchi per aver dedicato la sua vita a Dio e alle opere di bene»; in pratica, messa alla gogna per essersi arricchita con la politica, e solamente attraverso di essa, in una dinastia di professionisti della parola parlata e della rappresentanza fatta mestiere (quasi a dire “preparatevi all’arrivo di Chelsea”). E ricorderete tutti le parole della sua rivale sull’elettorato del magnate repubblicano, dipinti come «un branco di miserabili»: in che modo la ricomponi una nazione che, in essa e di sé, ha questi giudizi?

Come dicevo, è il frutto avvelenato del capitalismo finanziario, esasperato e concorrenziale, quello che stiamo assaggiando, negli Stati Uniti e in Europa. Perché la democrazia funziona bene se, con le parole del Buba di Forrest Gump, «ognuno si prende cura dell’altro» (si potrebbe dire, come per l’uomo secondo Igino, altresì per essa «cura enim quia prima finxit, teneat quamdiu vixerit»), se c’è condivisione e comunanza, se si sogna «una libertà diversa da quella americana», sulle note di Gaber, in cui la felicità e la realizzazione del singolo hanno senso e sono possibili solo se riguardano anche gli altri. Se invece, come pure il mercato ancora chiede, essa diventa il regno della competizione per l’affermazione dei migliori (che poi sono i più forti, nulla di nuovo) allora diventa, banalmente, la reiterazione del dominio degli uni sugli altri, in cui ciascuno cercherà di difendere il poco o il tanto che si è conquistato o gli è rimasto, nei modi e con gli strumenti che ha o che riesce a trovare.

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