Pure fra i giustiziati marcarono visita ricchi e signori

«Giustiziati due volte? Con uno schiaffo istituzionale che ha pochi precedenti, il Senato azzera il decreto sulla riabilitazione dei fucilati della Grande Guerra, approvato all’unanimità dalla Camera il 24 maggio del 2015, giorno della memoria in cui si vollero riabbracciare anche i ragazzi della “mala morte”. Tutto ribaltato: non più revisione dei processi, ma concessione magnanime del perdono. Soprattutto, nessuna riabilitazione, per evitare che “i Caduti nell’adempimento del dovere si trovassero considerati alla stregua di chi si è sottratto al dovere”». Così Paolo Rumiz, sulle pagine de la Repubblica di questa mattina.

Furono più di mille a passare per le armi dei loro commilitoni, dopo un processo che con sprezzo del ridicolo si definisce “regolare” o solo per sommaria decisione, sui monti e nelle valli di quel nord est italiano che si trasformò per tre anni nell’inferno delle trincee e degli assalti sulla neve o fra le rocce. Perché? Per i più svariati motivi: ma soprattutto perché osarono ribellarsi al loro destino di “carne da cannone”, respingendo o non eseguendo le richieste scriteriatte dei comandi di Cadorna, il genio militare che si espresse a Caporetto, fra le altre gesta di cui s’è persa la memoria. Per gli ufficiali del regio esercito (no, le minuscole non sono casuali), quelle “canaglie” dovevano solo eseguire gli ordini, secondo le stesse, identiche tesi che poi si tentò di dimostrare vane nei processi a seguito del secondo conflitto mondiale. E mentre nella commissione difesa della Camera era stato approvato un testo per la riabilitazione di quei caduti per la follia dei detentori della ragion di Stato, la sua omologa del Senato, dopo un fermo durato mesi, ne ha depositato un altro in cui quella riabilitazione diventa, al massimo, un paternalistico “perdono”, quasi a sottolineare l’evidenza della colpa e la necessità della condanna.

Nulla di nuovo, per quei “cafoni” destinati a sparger brandelli di corpi fra il Carso e la Carnia. Nella declassazione delle loro sorti durante il rimpallo fra le due commissioni parlamentari (per un curioso testacoda della storia nelle miserie della cronaca, quella a Montecitorio presieduta dal forzista Elio Vito e la seconda, a Palazzo Madama, dal dem Nicola Latorre), c’è il ripetersi di fatti noti. Il testo licenziato dai senatori spiega, per esempio, che è impossibile parlare di riabilitazione, perché quell’istituto giuridico «presupporrebbe l’esistenza in vita del soggetto, in quanto finalizzato a cancellare gli effetti penali che ricadono sullo stesso quale conseguenza di una sua condotta positiva successivamente alla condanna». Che è un po’ quanto, al tempo, i parenti dei fucilati dovettero accontentarsi di ricevere in risposta da uffici che spiegavano come la revisione del processo potesse essere richiesta solo dall’interessato. In sintesi, li hanno condannati e li hanno fucilati, amen; non c’è revisione né riabilitazione che tenga.

Su una cosa, però, questa nazione è sempre affidabile: come tra i morti nel fango per mano austriaca, pure fra i caduti per “giudizio” italiano, in quella guerra e nelle altre, non c’erano i signori e i ricchi. Con le parole di Emilio Lussu, da Il cinghiale del diavolo: «Tale vita in comune rivelava ai combattenti sardi, ogni giorno, nozioni straordinarie che per loro erano nuove. Per la prima volta si rendevano conto che la guerra la facevano solo i contadini, i pastori, gli operai, gli artigiani. E gli altri, dov’erano? Il disprezzo per gl’imboscati raggiungeva da noi le vette più alte e, di tanto in tanto, si scopriva che dei plotoni intieri mandavano cartoline d’insulto, con firma e indicazione del reparto, a imboscati celebri di cui circolavano i nomi. Che la guerra la si dovesse fare, non era questione. Ma perché il re l’aveva ordinata? Perché la facciamo? Questa domanda l’ho sentita migliaia di volte. I prigionieri che facevamo, austriaci, ungheresi, cechi, bosniaci, erano anch’essi tutti contadini e operai. Altra scoperta: anche dall’altra parte, la guerra la facevano i contadini e gli operai. E anche loro, perché la facevano?».

E buon 4 novembre, da poco trascorso nel silenzio.

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1 risposta a Pure fra i giustiziati marcarono visita ricchi e signori

  1. Giovanna scrive:

    …Assurdo!!! Soprarutto dopo le corone di fiori milanesi per Salo’…!!! Nel silenzio generale…

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