Della vacuità del pragmatismo dell’ineluttabile

«Il nucleo del problema che il “sì” ha», diceva un paio di giorni fa Tommaso Cerno nella trasmissione Otto e mezzo, su La7, rispondendo alle parole dell’eurodeputata Simona Bonafè, «credo che stia nell’antefatto della sua frase, quando lei dice “non stiamo parlando di filosofia”. Beh, non è del tutto vero: stiamo anche parlando di filosofia. Perché mettersi d’accordo in una comunità complessa e disperata è un po’ filosofia. Quello che chi accusa il governo di “faciloneria” trova […] è che ci sia un po’ poca filosofia e un po’ troppo riferimento alla concretezza. […] Ci vuole un po’ più di gravitas quando si parla di regole fondanti, e un po’ meno praticità».

La scelta del termine fatta dal direttore de l’Espresso non credo sia stata casuale. Con la dignitas e la pietas, la gravitas era una delle virtù principali riconosciute agli uomini nella società romana. Di più, Cicerone la preferiva come attributo delle sententiae, mentre ai verba riservava il pondus. Se c’è qualcosa che in italiano più si avvicina a quel significato è “serietà”. Nell’era in cui è tutto smart, friendly, easy, quella parola rimanda al peso della realtà e dei pensieri, delle riflessioni e degli argomenti. Schiacciati da un pragmatismo spiccio, la gravitas è un appiglio di resistenza. Il sorriso (incomprensivo?) della sua interlocutrice ha al contempo sottolineato l’estraneità temporale delle parole di Cerno e la necessità “epocale”, nel senso precipuo di proprio dell’epoca che ci è toccata in sorte, di un discorso in grado di ripartire dai “fondamentali”, che per loro necessaria natura non possono esser leggeri.

Il mito dell’uomo pratico s’avvita quotidianamente in una spirale di conformismo e superficialità, con «un misto di abnegazione e opportunismo», per citare Aldo Moro, che sfiora il ridicolo, quando non sfocia nel drammatico. Non arriva, ancor meno potrà mai arrivare, alcun insegnamento da quel modo di fare, tranne quello che può spiegare il più risoluto degli interessati esclusivamente alle ragioni del proprio “io”, appena moderate da un vago ricordo, ovviamente anch’esso interessato, di parte o gruppo, clan per non dire branco.

Ecco allora che quello sguardo gravido e pesante che, nemmeno tanto paradossalmente, permette di elevarsi al di sopra d’una quotidianità stancamente ripetentesi, diventa il solo orizzonte possibile per pensare al di là dei confini del contingente, giustificati con la retorica dell’ineluttabilità della situazione presente e degli attuali rapporti e condizioni.

Tragicamente, ché sempre due son le facce del racconto di quel che avviene sotto il cielo, la scelta del direttore rischia però di essere quella di una strada ormai preclusa, per libera scelta di quanti dovrebbero provare a percorrerla. Nel «non stiamo parlando di filosofia» della Bonafè c’è molta più verità “di fatto”. Le cose stanno così, di quella filosofia, intesa come l’interrogarsi sul cosa ci sia dietro e al fondo dei fenomeni, partendo appunto dalle manifestazioni, non v’è traccia, né alcuno che possa sentire il richiamo della sua ricerca.

E poi, sarebbe utile, certo, e potrebbe diventare interessante seguirlo; ma per chi?

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