I campioni del volere della maggioranza

A chi protestava contro l’inaudita sostituzione di alcuni componenti dalla commissione parlamentare chiamata a discutere sulla sua riforma della Costituzione, Matteo Renzi dalla propria pagina Facebook spiegava che «questo è non solo normale ma addirittura necessario se crediamo ai valori democratici del rispetto della maggioranza: si chiama democrazia quella in cui si approvano le leggi volute dalla maggioranza, non quella in cui vincono i blocchi imposto dalle minoranze».

Se è così, se quella di cui parlava il presidente del Consiglio nell’aprile dello scorso anno, e in quei termini, è la democrazia, allora sono pienamente democratici anche Vladimir Vladimirovič Putin e Recep Tayyip Erdoğan, così curiosamente seduti uno accanto all’altro sulle prime pagine dei quotidiani di oggi. Pure loro, infatti, vogliono un sistema che approvi le leggi volute dalla maggioranza e nel quale alle minoranze non sia concesso di “bloccare”, o semplicemente limitare e modificare, l’azione di governo di chi ha vinto le elezioni. In cosa sarebbe diverso, quindi, il loro dirsi “democratici” da quello di tutti gli altri?

Bene, a mio giudizio, la questione è il frutto di un fraintendimento originario. Se la democrazia è intesa come quella cosa in cui conta solo il pensiero della maggioranza, che ritiene un attentato alle sue prerogative ogni tentativo di discussione, allora la democrazia è perfettamente inutile. Se non tende a tener conto della rappresentanza di chi è minoranza, non serve. Se evita di caricare su di sé la pluralità delle visioni, delle opinioni e dei punti di vista, ma si limita a imporre quello di chiunque abbia maggior potere o numeri, che a questo punto si equivalgono, tanto valeva tenerci la “legge del più forte”.

Perché se quel regime che si voleva partecipato e inclusivo si limita a essere il terreno privilegiato per la garanzia del dominio della maggioranza esclusivamente titolata alla gestione della cosa pubblica, ecco che esso diventa la traduzione in voti della più primitiva delle regole sociali: chi vince, comanda. E anche Putin ed Erdoğan, appunto, hanno vinto, ergo, comandano, senza impedimenti da parte di chi ha perso ed è, pertanto, condannato a rimanere ai margini del potere e della sua gestione.

Però, questo ragionamento, come dicevo, nasce da un malinteso. Non ha senso, in democrazia, pensare a un potere assoluto (ab solutus, slegato), libero da qualsiasi intromissione, nemmeno, e forse soprattutto, quand’è quello della maggioranza. In essa, al contrario, si presuppone che il potere non sia esercizio esclusivo di una sola parte, per quanto supportata dal consenso, ma gestione inclusiva del governo e confronto continuo col possibile dissenso. Capisco che sia faticoso, fiaccante e lento, come è chiaro che un governo senza impedimenti sarebbe più efficiente, probabilmente di maggiore efficacia e garantirebbe rapidità, e magari, addirittura, i treni in orario. Ma la democrazia è un’altra cosa, in cui chi governa non esercita il potere, bensì lo gestisce tenendo conto di una serie di meccanismi di controllo e bilanciamento, che servono proprio a impedire che quel potere diventi eccessivo (è il più volte citato ruolo dei check and balance che nelle democrazie moderne traducono in istituzioni le dinamiche di divisione dei poteri teorizzate da Montesquieu ne Lo spirito delle leggi).

The winner take it all può andar bene come titolo per una canzone degli Abba, non certo come spiegazione della democrazia, a meno di non pensare a una forma arcaica di questo modello di governo degli uomini, direi “ateniese”, che non di rado riservava ὄστρακον d’infamia e cicuta da bere a quanti rivendicavano il diritto a sostener ragioni non contemplate fra le convinzioni dei molti, o quella “post-moderna”, se siete appassionati del genere, messa in atto dai presidenti di Russia e Turchia.

Ho iniziato dal nostro per arrivare ai loro non perché ritenga l’uno e gli altri governanti della stessa qualità, ma perché, nella stessa deriva logica, la strada che separa il ritenere «non solo normale ma addirittura necessario» sostituire in un organo parlamentare i componenti del partito di governo che non si adeguano al volere della maggioranza dalla “sostituzione” di tutte le minoranze che non si conformano non è poi tanto lunga, e non è detto che qualcuno, non chi c’è ma chi potrebbe arrivare, non sia in grado di percorrerla.

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4 risposte a I campioni del volere della maggioranza

  1. Fabrizio scrive:

    La Democrazia del fai da te, campioni della maggioranza e non solo,del voler dire ( nei dai di fatto di ieri ed oggi) ” je ne suis pas pour la politique sostenible ”
    Loro non sono per la sostenibilita’ politica ,perche’ ?

  2. Fabrizio scrive:

    Dal politicismo ” insostenibile” di ieri , da due anni a questa parte, al consequenzialismo ” intollerabile” di oggi , da alcuni mesi a questa parte.
    Dall’utilitarismo “insopportabile” di oggi, al proporzionalismo “irragionevole” di ieri.

  3. Fabrizio scrive:

    I campioni del volere della maggioranza , non tifando le strategie politiche di sviluppo italiano socio-economico per i beni e servizi infrastrutturali “capitale fisso sociale della Repubblica Italiana” , preferisce gli obiettivi di competivita’ economica-finanziaria di aziende e imprese (e non solo), straniere.
    Renzi ha detto: ridurre le tasse e’giusto! Nel suo contesto generale nessuno direbbe il contrario, ma c’e’ un pero’ grande come una casa patriottica.
    La reale e concreta strategia politica dei campioni della maggioranza e’ di ridurre il capitale fisso sociale italiano all’osso vendendo tutta la polpa ad altri paesi.
    Questa non e’ ,ne solidarieta’ , ne bene comune , ne aggregazione , ne integrazione, ma e’ solo e soltanto una disentigrazione del Ns. Bel Paese Italia.
    Rottamazione reale e concreta della Ns. Repubblica Italiana!
    Chiedere flessibilta’ e’ solo e soltando una presa per il c…..!
    I soldi in Italia ci sono , ma manca il dovere politico di andarli a cercare!

  4. Fabrizio scrive:

    Comunita’ di spirito ed intenti ( essere europeo) o Unita’ di forze e voleri indipendenti (non essere europeo)?

    L’incontro trilaterale a Ventotene e’ essere o non essere?

    Democraticamente parlando , e’ un bene comune per tutti o un buon senso per alcuni?
    Il senso comune “comunitario”dei padri fondatori che fine a fatto?

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