Marcinelle: il dovere di far vivo quel ricordo

Questa mattina c’era il presidente del Senato Pietro Grasso, la seconda carica dello Stato. E a Marcinelle, l’ex pm antimafia ha saputo trovare le parole giuste per il ricordo: «Il ricordo di come eravamo», ha detto, «ci fa solidarizzare con i migranti di oggi». Peccato che non sia vero; perché non solidarizziamo con i migranti di oggi e perché non vogliamo ricordare come eravamo. Anzi, non volevamo saperlo nemmeno allora, sessant’anni fa.

Non c’era nessun rappresentante della Repubblica Italiana in quell’estate del 1956. Meglio, ce n’erano a centinaia, e molti sotto la terra del Bois du Cazier, a Charleroi, esplosa di rabbia alle 8 e 20 dell’8 agosto. E non c’erano le istituzioni italiane perché quegli uomini li avevano scambiati con delle merci. «Sapete perché finirono lì sotto i nostri compagni?», chiede ricordando un minatore abruzzese. «Perché la nostra vita valeva meno del carbone», risponde egli stesso allo sguardo impietrito dell’interlocutore. Lui sa, l’ha sempre saputo, che furono solo il prezzo pagato dal Paese per far parte della Comunità europea del carbone e dell’acciaio, non avendone in patria né dell’uno, né dell’altro.

Ecco perché ha ragione Grasso, nei migranti di questo secolo ci sono i nostri volti del passato, respinti da casa da incubi che han sempre lo stesso nome, fame, miseria, disperazione, e scambiati in giro per il mondo a fronte di qualche barile di petrolio, tonnellata di “terra rara”, gemma preziosa o legno pregiato. In più, ad essi si aggiunge lo smacco di dover lasciare i luoghi che quelle stesse ricchezze producono, ma la storia, si sa, è sempre prodiga di simili paradossi.

«Partite per far grande l’Italia», era stato detto a quei nostri nonni da chi guidava il Paese allora, ma trovarono ad attenderli selezioni umilianti, baracche dei tempi della guerra usate per i prigionieri e lo stesso disprezzo che già avevano conosciuto a ogni passo e che adesso, immemori nipoti, riversano sugli ultimi, credendo che il loro precederli sia attestazione di primato. Furono venduti allora, e tanti non vollero più tornare, dimenticando una lingua che li aveva cacciati e cercando di dimenticare una patria che li aveva rinnegati.

Ci sono i loro occhi in quelli che sbarcano a Pozzallo, che s’ammassano a Ventimiglia o che dormono a Como. Se con i nostri non possiamo ormai far nulla per chi è andato, se non piangerne il ricordo, non chiudiamoli verso chi è vittima degli stessi drammi in modi non sostanzialmente diversi.

È la memoria della mia schiatta migrante a impormelo, ed è un dovere a cui non voglio sottrarmi.

Questa voce è stata pubblicata in libertà di espressione, storia e contrassegnata con , , , . Contrassegna il permalink.

1 risposta a Marcinelle: il dovere di far vivo quel ricordo

  1. Tugnazz scrive:

    Consiglio la lettura del libro La Catastròfa di Paolo Di Stefano (Sellerio), particolarmente per la descrizione della vita di nostri emigrati.

    Chi si trovasse in Salento può visitare Corsano dove c’è un monumento (un carrello da miniera) dedicato a Marcinelle.

    Cambierà mai questo mondo?

Lascia un commento