Preferendo non tifare

«Tu, mi pare di capire, voterai “no” e tifi perché questo tentativo di riforma della Costituzione fallisca, non è vero?». Così un amico, incontrato sul far del tramonto nella strada centrale cittadina. «Non esattamente: voterò “no”, certo, ma non tifo affatto perché il “sì” perda», rispondo. «Ovvio, tu sei di quelli che “la politica non è tifo”, giusto?», rimbrotta col sorriso. «Quando mai; è solo che davvero non tifo per la vostra sconfitta referendaria. Anzi, un po’ sono tentato dal vederla realizzata e applicata a Italicum vigente», dico con lo stesso sorriso. «Come no, e poi?», fa lui quasi ridendo. «Hai presente Torino?», e a queste mie parole si rabbuia. «Beh», replica, «ma la legge elettorale va cambiata». E stavolta a ridere sono io.

Davvero, voterò convintamente “no” al referendum sulla riforma Renzi-Boschi. Però di desiderare con tutte le forze che ho perché i “sì” perdano non è nelle mie corde. E non so nemmeno se ne ho voglia. Come un Bartleby capitato per caso davanti a una scheda elettorale, farò stancamente quel che devo, ma potrei risponde «avrei preferenza di no» a chi dovesse chiedere impegno immane per respingere quelle leggi. Le giudico potenzialmente pericolose? Sì, soprattutto in combinato disposto fra di loro, cosa che ci sarà, se dovesse passare la nuova Costituzione ed essendo già in vigore il nuovo sistema elettorale, con ballottaggio, super premio di lista e nessuna coalizione, così come l’hanno voluto, valutato e votato. Ma è quello che la maggioranza chiede, nei modi in cui è stato realizzato, con tanto di “canguri”, “ghigliottine” e “questioni di fiducia”; come impedire che l’abbia? O che a vincere al prossimo giro sia un’altra maggioranza, di questi strumenti dotata? E che voglia cambiarli ancora, con le identiche maniere indisponibili al dialogo con cui son stati conseguiti?

Perché una maggioranza eletta con un sistema giudicato non costituzionale dalla Consulta ha voluto cambiare da sola, nella teatralità di un’aula svuotata dalle minoranze, la Carta in base a cui non era pienamente adeguata piuttosto che essa stessa per legittimarsi politicamente all’ambito compito. E allora, la prossima potrà disporre di un’altrettanta libertà e l’accresciuta forza datale da queste riforme e, facendo proprie le parole di Shylock, seguire l’esempio dei predecessori, magari superandoli in chiusura al dialogo e tensione “governamentale”, se Foucault m’è concesso.

A rassicurarmi che un’eventuale vittoria elettorale di quelli che vengono oggi definiti quasi quali potenziali pericoli non costituirà un reale problema sono gli stessi che li avversano: se loro hanno definito il sistema che verrà, e se la loro perizia era grande almeno quanto la voglia di fare, che problema potrebbe mai esserci?

Il mio amico ritiene che l’Italicum vada cambiato; io non credo, però, che la classe politica attuale, soprattutto la sua parte di governo, possa essere così cialtrona da modificare una legge elettorale che tutto il mondo doveva copiarci, a sentir gli artefici, e che, entrata in vigore da un mese e mezzo, non si è nemmeno avuto modo di testare. Anche perché, le due cose si tengono assieme. I costituenti del dopoguerra, pur non avendo l’acume e la statura degli attuali, pensarono a un assetto in cui il Parlamento era centrale per garantire la rappresentatività politica e istituzionale del Paese prima che l’esecutivo tenuto a guidarlo e di conseguenza, recependo in legge il metodo che aveva permesso la composizione di quell’assemblea, pensarono a un sistema elettorale proporzionale che dello stesso Paese rispettasse gli equilibri e le forze. Non posso non immaginare che le mani che hanno scritto la riforma della Costituzione ora non l’abbiano fatto pensando alla norma che stabilisce l’elezione dei parlamentari che a questa dovranno dare corso e viceversa, essendo le stesse e non potendo difettare di visione organica e funzionale.

Jon Elster riteneva che una costituzione fosse «quella cosa che ci si dà quando si è sobri per poterla utilizzare nel momento in cui si è ubriachi», secondo la strategia per cui è il sé lucido che vincola il possibile sé alterato e simile, in ciò, a Ulisse che detta la rotta per la navigazione, tappa le orecchie ai suoi marinai e si fa legare all’albero della nave prima che il canto delle sirene – in questo caso potremmo dire “il fascino del potere” – lo inebri e lo rapisca. Vista l’assoluta ed evidente sobrietà dei nostri “riformatori”, soprattutto nei toni che avvisano di immense sciagure se dovessero perdere e magnifiche sorti e progressive in caso contrario, di cosa dovremmo aver timore?

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4 risposte a Preferendo non tifare

  1. Fabrizio scrive:

    Tra il dire e il fare di coloro che ci stanno governando :
    – Preferire “ la partita della lattina” non tifando “la vittoria a tavolino” –
    Non per la politica, non per il colore, non per la vittoria, ma attori di :
    – Uno spettacolo indecoroso, incivile e antidemocratico, alla faccia della storia ……………….!
    p.s . segue….. non finisce qui…….

  2. Fabrizio scrive:

    Silenzio vergognoso sul rischio assoluto poverta’ per dieci milioni di persone”umane e non numeri ” italiane.
    Dieci milioni di persone su sessantamilioni di persone;il 17% in meno di dignita’ umana, di benessere culturale, di ricchezza sociale.

    p.s. segue …….. e non finisce qui…..!

  3. Fabrizio scrive:

    Silenzio antidemocratico sul primis investimento pubblico da eseguire come primo obiettivo del senso comune “equo e sostenibile” di stabilita’ civile : reddito minimo garantito e/o reddito di cittadinanza.
    I Sindacati Principali (del fu- tempo fa ): ricorrere alla redistribuzione……

    p.s. ………..

  4. Fabrizio scrive:

    Non tifando il dirizzamento della Ns. Bandiera Italiana , l’aereo del Primo Ministro ha preferito dipingere al contrario, sulla sua fusoliera , la bandiera italiana .
    Anche l’aereo ha cambiato verso e nel dato di fatto ha capovolto la bandiera.
    Come mai e perche’?
    Perche’ nel mondo militare la bandiera capovolta significa la richiesta di aiuto da parte di uno Stato.
    Ai posteri l’ardua sentenza!

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