Le doti elitarie

«Nel mio lavoro ho provato a sollevare un tema fondamentale, purtroppo con risultati irrilevanti: la selezione della classe dirigente di un partito non può avvenire attraverso la cooptazione dei fedeli, ma sulla base della capacità di lavoro, dei risultati concreti. Nel Pd il principio è la fedeltà. Ma non si può dare la colpa solo a Renzi: il partito è così da quando è nato, nel 2007». Sono parole di Fabrizio Barca, non un critico “a prescindere del partito di governo, visto che comunque ne mantiene la tessera, non uno di cui quel partito non si fidi, dato che a lui aveva affidato la commissione per la sua stessa riforma. Eppure, quelle cose le dice.

Quel che afferma l’ex ministro del governo Monti (e dirigente di lungo corso dello Stato, e figlio di Luciano Barca, dirigente del Pci; ché la dirigenza dev’essere un tratto ereditario) non è di per sé vero solo per la fonte, né può valere il pregiudizio contrario, cioè che sia falso proprio in virtù di quella. Certo, Barca non spiega se si riferisca a qualche caso in particolare o a tutti in generale, né se quello che dice è il parossismo in un ragionamento complessivo o proprio un’usuale e precisa dinamica, che lui ha in mente, circostanziata e definita. Ma sinceramente, nemmeno m’interessa scoprirlo: se uno del Pd, e a cui il Pd affida importanti compiti interni, dice di questo che «è fatto da gente che ha come unico obiettivo la propria carriera», che giudizio volete che possano averne quelli che, conseguentemente a valutazioni meno severe, han deciso di lasciarlo o di non avvicinarvisi? Rimane, ovvio, la questione di come vengano scelte le classi dirigenti nella principale forza politica del Paese, e questo spiega anche il distacco fra rappresentanti e rappresentati.

Perché quello che dice Barca non vale solo per il Pd, purtroppo. Insomma, tutti guardiamo i talk show o seguiamo i dibattiti e le trasmissioni di approfondimento, molti hanno conoscenza diretta delle qualità degli eletti, non pochi sanno pure le sorti che hanno condotto alcuni a ricoprire incarichi di vertice e di responsabilità, nei partiti come nelle istituzioni. E se ne sono fatti un’opinione, se non una ragione. Per questo si avverte in giro quella mancanza di riconoscimento dei ruoli che a qualcuno pare anarchia: perché non c’è una riconoscibilità delle qualità necessarie in chi quelli occupa.

O forse, invece, sono proprio quelle che hanno le doti che fanno di loro una élite.

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1 risposta a Le doti elitarie

  1. Fabrizio scrive:

    Le doti elitarie peggiori del peggio che sta fuori dal Pd della nazione , Pd di Renzi detto fu-Pd.
    I peggiori del peggio usano un linguaggio moderato falso e tendenzioso.
    Il loro reale e concreto linguaggio , nascosto dalla quella fortuna di avere ed ottenere mezzi di comunicazione, e’ imborghesito ; adagiato nelle comodita’ proprie e degli amici .
    Borghesi ricchi capitalisti , borghesi benestanti , imborghesiti …….
    I moderati , reali e riformatori,non fanno parte della borghesia perche’ stanno dalla parte del volere del popolo e della democrazia sociale.

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