A casa loro dev’essere diverso

«A casa mia non è così», disse la moglie di un politico con un prestigioso incarico regionale nel commentare con una conoscente l’apparente impassibilità di quest’ultima, sottolineata da un «per me, in fin dei conti, che vinca l’uno o l’altro non cambia un granché», dinanzi alla sconfitta subita dal partito per cui entrambe avevano votato. «Non ho difficoltà a immaginarlo», chiosò cinica l’interlocutrice della moglie interessata, evidenziando nella perfidia del sorriso la differenza delle motivazioni in ballo.

Il siparietto che ho ricordato forse non c’entra nulla, o forse sì, ma m’è tornato in mente in questi giorni di tenzone elettorale. Ammetto di non essere un buon agonista, e, col passare del tempo, sono sempre meno interessato alle competizioni, qualunque esse siano. Però c’è un aspetto delle discussioni animate che leggo o alle quali mi capita di partecipare che davvero non colgo appieno. Per farla breve, pure se fossi coinvolto direttamente, anche se candidato in prima persona, non riuscirei a disegnare scenari così tetri sulle possibili conseguenze del voto al mio avversario per convincere qualcuno a votarmi. Direi la mia, certo, spiegherei cosa non mi convince dell’altro, i problemi e i rischi per la parte che intendessi rappresentare, ma difficilmente ne farei una questione quasi di vita o di morte della città o del Paese interi. Se dovessero non scegliere me, pace: sarebbe comunque un’espressione democratica e il risultato della decisione della maggioranza, la stessa che chi m’accusa di “minoritarismo” elegge a misura del giusto. Non trovate?

Dalle previsioni di milioni d’investimenti persi ai crolli delle partecipate in Borsa (e devo ammettere, e un po’ mi pesa, che il peggio in questo catalogo degli oscuri presagi lo danno gli esponenti del partito per cui ho votato alle scorse elezioni politiche), il catastrofismo è ormai argomento a pieno titolo della campagna elettorale, non più giocata sul “votate noi e arriveranno i treni in orario”, ma nel “non votate quelli o spariranno i binari”. E con toni, per giunta, francamente fuori misura, quasi che non si fronteggiassero due avversari legittimati entrambi dal consenso, ma il bene e il male direttamente inveratisi nei competitori sulla scheda elettorale.

Chiaro, ognuno sceglie gli argomenti che vuole però, come dire, est modus in rebus, o almeno dovrebbe esserci. Lo dico solo perché a volte, per carità, è solo una mia impressione, pare quasi che la partita sia giocata nel vivo degli interessi individuali dei giocatori, in particolar modo di quelli che più si spendono, dando l’idea di lavorare maggiormente alla propria affermazione e al personale risultato che non al quadro generale.

Ma ripeto, è solo un’impressione.

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1 risposta a A casa loro dev’essere diverso

  1. Fabrizio scrive:

    A casa loro “dei calciatori” dev’essere diverso il vivere di tutti i giorni.
    Per loro non cambia nulla!Per noi , haime’, cambia continuamente ; ora per ora , giorno per giorno.
    Papa Francesco ha detto loro di non tornare sconfitti!
    Da credente religioso e laico quotidiano “nel bene e nel male” non credo che se tornassero sconfitti cambi “a casa loro” la vita quotidiana.
    Da europeista non credo che i ponti degli oligarchi, degli egotisti(Renzi, Hollande,Cameron) siano uguali a quelli che della vita reale.

    Chi ci sta governando e non solo, ci stanno riportando alla grande depressione dell’ottocento(1873-1895) partendo dal verso cambiato di Massimo D’Azeglio:
    Bisogna cambiare gli italiani per non fare l’Italia !

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