L’Unione europea, i mercati e la democrazia

Fossi inglese, il 23 giugno al referendum sulla permanenza della Gran Bretagna all’interno dell’Ue voterei convintamente per il “remain”. Perché sono contrario alle frontiere, in linea di massima tutte, figuriamoci quelle nostrane, perché con la paura dell’altro non ci costruisci nulla e perché l’isolazionismo porta sempre a camminare su strade che non mi piacciono, anche se sei un’isola e, diciamo così, per quella pratica sei più portata. Ma che succederebbe se dovesse vincere il fronte del “leave”?

Mercati e vertici di Bruxelles sono preoccupati come e quanto non accadeva da tempo. Da circa un anno, direi, in occasione di un altro referendum che si svolgeva l’estate scorsa all’altro capo geografico dell’Unione, nella Grecia alle prese con le imposizioni della Troika. Pure in quell’occasione, Ue e Borse temevano per gli esiti della consultazione. Ed è una coincidenza curiosa. No, non quella dell’estate, quella dei timori per un voto: parrebbe quasi, ma quasi, che a far paura sia non tanto l’esito quanto lo strumento in sé. Altrimenti, se così non fosse, non si capirebbe perché preoccuparsi: se la democrazia vale, ogni decisione presa con i suoi strumenti sarà la migliore. Salvo rimettere in discussione quelli, ma a quel punto lo si dovrebbe far sempre, comprese le volte in cui ci danno ragione.

Quindi, non so come andrà il voto sulla Brexit, non ne immagino le conseguenze, né so definirne completamente la portata. Avrà effetti sull’Europa? Certo. Finirà il sogno di una sempre maggiore condivisione fra gli Stati che la compongono? Non saprei. Creerà emulatori? Può darsi. Ma se l’Unione non è così attrattiva e non induce i suoi cittadini a volerla difendere, la colpa non può essere in una facile etichetta da dare ai suoi nemici, interni o esterni che siano.

Con buona pace dei mercati e dei suoi vertici.

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