L’ottimismo non si decreta

«Il futuro è incerto e carico di rischi», così due italiani su tre pensano che sia «inutile fare progetti per sé e per la propria famiglia». Per quanto a piene mani da Palazzo Chigi si spinga sul pedale dell’ottimismo, nel Paese si stenta a crederci. Colpa di una pandemia di “gufite”? No, semplicemente di una stagnazione che, nonostante i tweet e le slide, non accenna a finire e che ha già eroso parte dei redditi e dei patrimoni delle fasce basse e medie di popolazione, nel mentre crescevano quelli di quelle alte.

Questo è più o meno che quello che si legge nel sondaggio di Demos-Coop condotto nel mese di maggio appena trascorso. Prima che la grande crisi economica investisse l’Italia, il 12% dei nostri connazionali pensava di far parte di una classe agiata. Quella percentuale oggi è scesa al 7. Così come coloro che si definivano ceto medio sono passati dal 60% del 2006 al 39 del 2016. Al contrario, quanti si percepiscono negli strati inferiori della scala sociale nel decennio appena trascorso sono cresciuti dal 28% al 54. Eccola la maggioranza che da domani sera cercheranno in tanti spulciando nei registri dei elettorali.

La dico senza ragionamenti articolati: quando ci si sente schiacciati nella parte bassa della società e non si percepiscono possibili miglioramenti nel futuro, non ci si sente nemmeno rappresentati in alcun modo da quelli che, comunque e sempre, difendono il sistema e l’organizzazione che lì ci ha posti senza possibilità di riscatto. Questa è pure la radice di quel fenomeno che, per non doverlo spiegare, onde evitare d’esser costretti a fare i conti con i propri sbagli, le élite chiamano “populismo”, accomunando in esso cose differenti e radicalmente opposte, dalla destra xenofoba alla sinistra trotzkista.

Credo che il problema, più che altro, sia di prospettiva. A guardare dalle altezze sicure di emolumenti sostanziosi e patrimoni rassicuranti, quello che si muove nel basso può sembrare pessimismo, e io non so farne un torto di non capire a chi da tanto lontano è costretto a capire. Se invece si scendesse a livello del suolo, ci si accorgerebbe che, in fin dei conti, altro non è se non il giusto tentativo di difendere il poco che rimane.

Ma voi a Palazzo, tranquilli: chiamatelo pure “populismo”. Tanto qui non cambia nulla.

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1 risposta a L’ottimismo non si decreta

  1. Fabrizio scrive:

    L’ottimismo non si decreta “comandare a bacchetta” e non si richiede “ordinando come votare”.

    L’ ottimismo e’ quel fattore umano che si crea visivamente e si alimenta costantemente nel tempo di redditivita’.
    Creare e Alimentare sono le due funzioni fisiche-politiche ………..

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