Maggioranze e minoranze, eppur solo vincitori, mai vinti

Un amico, consuetamente preciso, l’altro giorno in un post prendeva di slancio la questione delle “minoranze” e del suo farne parte e, senza volerne far elogio o esecrazione, argomentava sulla necessità di superare le solite categorie interpretative di quello stato e pure quello stato stesso, se non altro per il sentimento di stanchezza che ne deriva, anche se (e in questo, come fargliene colpa?) il modo non l’aveva ancora individuato. «Non c’è niente di speciale», scriveva, «nell’ascoltare musica indipendente, nello spendere metà del proprio stipendio in libri, nel fare politica in un grande partito ma stare sempre e comunque dalla parte di chi perde tutto o tifare una squadra che non regala mai soddisfazioni ma solo un senso vago di superiorità morale. No. Non credo proprio ci sia qualcosa di speciale. Ce la siamo raccontata in tutti questi anni per motivare il fatto di essere sempre degli eterni insoddisfatti. Degli eterni ‘cercatori’ di non si sa bene cosa. Anche perché poi la ‘ricerca’ finisce. O per mancanza di ulteriori stimoli (la minoranza logora), o perché qualcosa – da qualche parte – si spegne, e allora ti chiedi a cosa è servita tutta quella fatica».

Ho provato a chiuderla con una battuta, ma non è servito. Quelle sue parole (credo per una curiosa forma di eterogenesi dei fini rispetto agli intenti dell’autore), mi hanno spinto a considerare come, in fin dei conti, “minoranza” e “maggioranza” in quel senso c’entrano solo, e forse appena, con la rappresentazione culturale e politica della società. Sul suo profondo essere, invece, esse scivolano quasi senza produrre effetti, se non quel misto di curiosità disattenta e placida considerazione che generano in chi, da lì, a quei concetti guarda distrattamente, fra un palpito e l’altro del suo reale. Non potendo farne ragione numerica e dovendo comunque rifarmi a un sistema “democratico”, nel senso squisitamente partecipativo, maggioranza e minoranza dovrebbero servire per indicare chi ha “potere”, nel significato estensivo del termine, e chi non ne ha. Riducendo il discorso, della prima fanno parte quelli che vincono, della seconda chi perde. Se è così, però, i conti non tornano e il ragionamento, in questo aspetto, si fa mentitore: perché io, di vinti, in quelle minoranze a cui il mio amico si riferiva, non ne ho mai incontrati.

Perché se le minoranze sono “i senza potere”, i perdenti, gli sconfitti, allora sono i cafoni buttati fuori dalla storia, i poveri espunti dal consesso sociale, chi vive ai margini, quanti non ce la fanno, quelli che arrancano quotidianamente senza mai riuscire a raggiungere nulla. Altrimenti, quelle di “minoranza” sono solo posizioni (e la mia non meno della sua; non voglio certamente sottrarmi al giudizio che do dei fatti) apparenti, quando non mere pose estetiche.

Lui, io, non possiamo fingere di essere “quei perdenti” solamente perché subiamo il fascino del dire d’essere in pochi. Anzi, pensandoci bene, noi siamo esattamente come ci vorrebbe la maggioranza. Di più, siamo assolutamente parte di essa, accettandone le regole del gioco e venendo in esse compresi, non contestandone, nei fatti, l’apparato di dominio e i suoi meccanismi. L’elenco delle cose che nel suo breve scritto caratterizzerebbe l’essere minoranza, al contrario, certifica l’accettazione di un ruolo nella maggioranza.

Ascoltiamo un genere di musica o ci piace un filone artistico “di nicchia” perché è così, dall’insieme delle “nicchie”, che funziona il mercato culturale; leggiamo libri particolari perché anche quelli possano essere venduti, e soprattutto perché pure noi dobbiamo consumare e spendere; tifiamo per una squadra (io non seguo il calcio, ma non cambia lo stato dei fatti) o sosteniamo un partito o uno schieramento politico perché in quel modo il sistema si tiene, e tiene noi al suo interno.

Tutti quelli che da esso sono esclusi, viceversa, semplicemente e con naturalezza, smettono di esserci e di essere considerati nel nostro discorso sulle maggioranze e le minoranze. Dando alle prima la sicurezza di averne di docili contrapposte e alle seconde l’illusione, consolatoria, di essere “qualcosa di diverso”, leggermente differenti per sensibilità e orientamenti, ma sostanzialmente sommabili e confondibili con quelle per uno sguardo mosso dal di fuori, dal lato di coloro che non prendono parte.

Ecco perché, spiegavo al mio amico, e lo ringrazio per lo spunto di riflessione, dall’alto dei miei quasi quarant’anni e dei miei mille e duecento euro al mese (per quanto non definitivi) a farmi consumatore, della mia casa e delle mie comodità (ancorché precarie) borghesi, non posso, atteggiandomi a “minoritario” per il solo fatto d’aver gusti all’apparenza diversi, ma d’identica sostanza, da quelli che sono il sentire mainstream, pormi fra i vinti. Almeno, non senza arrossire provandone vergogna, e di certo non prima d’aver lasciato per sempre quelle minoranze, avendo salutato da tempo le rispettive maggioranze.

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