Meno male che la “meritocrazia” non esiste

In uno scambio di battute su un social con alcune persone che avrebbe dovuto avere tutt’altro argomento politico, mi sono imbattuto, di nuovo, nel più irruente e protervo frutto dell’instancabile mitopoiesi della stagione che stiamo vivendo, vorace e onnivoro, capace di risucchiare dentro di sé ogni aspetto della società, dall’economia alla vita istituzionale, dalle professioni fino all’arte e allo spettacolo.

Saltata fuori dalle parole di un amico altrimenti sempre puntuale, la “meritocrazia” nel discorso che s’andava facendo c’entrava davvero come il noto cavolo nella famosa merenda. Tanto può l’arroganza di quel mito che s’impone e costringe a discutere di sé anche quando nulla ha a che fare con gli argomenti trattati. E come tutti i miti, pure questo serve a illustrare e a giustificare le cose che accadono, determinate, invero, da un’organizzazione dei rapporti di forza che proprio così come sono vuole che siano.

Quello meritocratico, infatti, è tutt’altro che lo svelamento di quei rapporti, ma la riconduzione di questi in una forma accettabile, facilmente veicolabile e perfettamente funzionale al loro perpetuarsi. Come ogni mito, si diceva, la “meritocrazia” illustra gli eventi e giustifica gli accadimenti, ma si tiene ben lontana dallo svelare le ragioni che ne stanno alla base; d’altronde, la mitologia non nasce con un simile scopo.

Curiosamente, però, il mito del merito sfonda nei contesti e nei discorsi in cui meno dovrebbe averci a che fare. Che sia dominio assoluto di quelli che cianciano sui giornali di come deve andare il mondo per andare bene – e il fatto che gratuitamente si trovino commenti migliori delle dotte opinione lautamente remunerate sui giornali più importanti ne sta a dimostrare la vacuità dell’assunto, come il dito del bimbo contro le nudità del re – è passabilmente normale. Che se ne discuta parlando di cose della politica, meno.

Insomma, se siamo in democrazia, anche postulando la veridicità delle tesi a sostegno di quella proto-ideologia, o meglio, soprattutto in quell’ottica, bisognerebbe proprio tenerla lontana dalla sfera delle cose politiche. Per dire, se davvero pure nelle istituzioni e nei partiti si dovesse accedere solo per “merito”, che fine farebbero i “voti”, il consenso, la volontà popolare? Non si può impedire che i cittadini scelgano Tizio sebbene Caio abbia maggiori qualità per ricoprire l’incarico a cui entrambi sono candidati. Altrimenti, si conferirebbe eccessivo potere a chi, aprioristicamente, fosse titolato a decidere quali siano le caratteristiche giuste per l’ufficio in questione.

No, davvero, meglio, molto meglio, tenere la “meritocrazia” relegata nei libri delle favole di altre materie. Anzi, meno male che essa sia proprio e solo quello, una favola ottima per spiegare una certa visione, parziale e interessata, del come debbano andare le cose del mondo. Non voglio neanche immaginare cosa accadrebbe se esistesse realmente.

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1 risposta a Meno male che la “meritocrazia” non esiste

  1. Fabrizio scrive:

    La meritocrazia “ purtroppo” esiste!
    Il cosiddetto cinismo del potere .
    Il volere “a tutti i costi e quel che costi” e’ la meritocrazia.
    La meritocrazia non e’ né un principio e né un valore; e’ solo un fattore che determina divisione e non unione.
    Dove c’è meritocrazia non esiste democrazia ; non esiste pluralità di pensiero e non esiste libertà di comunicazione.
    Chi ci sta governando è “altamente complessato” dalla meritocrazia.
    La meritocrazia non ha nulla a che vedere con “ onore al merito”! Altri tempi! Altri principi, ideali, valori e fattori!

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