Né gufi, né cicale

Lo spettro che si aggira per l’Europa in questa stagione è quello della “deflazione”. Un costo basso delle materie prime, petrolio fra tutte, scarsa fiducia dei consumatori, a dispetto degli hashtag, conseguenti difficoltà per il commercio, ricadute negative sulle produzioni, difficoltà per l’occupazione, e di nuovo, in circolo, vizioso, appunto, tutte le fasi di cui appena detto.

Rispetto alle cose dell’economia, mi ritengo un analista da strada. Nel senso che non ho una formazione specifica a riguardo e che è proprio fra i comportamenti comuni che leggo le mie statistiche. Nonostante questo, però, alcune rilevazioni non mi stupiscono. Prendiamo il fattore della fiducia dei consumatori. Uno studio di Unimpresa dice che, temendo nuove tasse e nuove spese, singoli e aziende mettono, come si dice, “fieno in cascina”, riducendo gli acquisti e lasciando crescere le riserve. Modestamente, l’avevo notato.

Faccio un esempio personale: ho un’auto di 11 anni e 200 mila chilometri. Potrei cambiarla, e mi era anche balenata l’idea di prenderne un’altra (usata, ovviamente; il nuovo non fa per me). Ho pensato, poi, a tutte le uscite a cui potrei andare incontro e al fatto che, un giorno sì e l’altro pure, c’è qualcuno, governante, banchiere o economista, che mi minaccia con scenari di precarietà, per quanto cerchi di indorarli chiamandoli “flessibilità” e “competizione”, e allora mi son detto: dai, facciamo due piccole manutenzioni, una bella revisione e vediamo se Priscilla (si chiama così la mia auto, non ve l’ho detto?) tira altri tre o quattro anni. O cinque o sei, perché no?

Siamo gufi? Ma quando mai! È che non vogliamo far la fine delle cicale. Che i potenti se la cantino e se la twittino come credono; qui, a livello dell’asfalto, la musica suona un po’ meno happy days. Secondo loro, dovremmo spendere e fare gli investimenti, magari cambiando il guardaroba o, meglio ancora, acquistando un appartamento nuovo, così lavora il settore immobiliare, quello dell’arredamento e pure le ditte di trasporto. Solo che, mentre sostengono quest’ottimismo ope legis, decretano che, dopo un certo numero di rate non pagate (7 o 18 poco cambia, perché s’accumulano velocemente i debiti quando si è in difficoltà, e se si rimane senza reddito e senza lavoro, è un attimo un anno e mezzo), si rischia l’esproprio della casa. Vi pare un invito alla serenità?

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1 risposta a Né gufi, né cicale

  1. Fabrizio scrive:

    Corte di giustizia dell’Unione europea
    COMUNICATO STAMPA n.184/14
    Lussemburgo,18 dicembre2014

    Nel contratto di credito al consumo spetta al creditore fornire la prova
    dell’esecuzione dei suoi obblighi precontrattuali di informazione e di verifica della solvibilità del debitore

    Il principio di” effettività” risulterebbe compromesso ove l’onere della prova
    della mancata esecuzione degli obblighi del creditore “ banca”
    gravasse sul consumatore “cliente “.

    A tal proposito, è necessario che le norme del diritto nazionale non siano meno favorevoli di quelle che disciplinano situazioni simili di natura interna (principio di equivalenza) e che esse non rendano in pratica impossibile o eccessivamente difficile l’esercizio dei diritti
    riconosciuti dalla direttiva (principio di effettività)

    La Corte rileva che la direttiva accorda un margine di discrezionalità
    al creditore al fine di stabilire se le informazioni di cui dispone
    siano sufficienti o meno per attestare la solvibilità del consumatore e se
    sia necessaria una verifica mediante altri elementi

    Inoltre, dalla direttiva non emerge che la valutazione della situazione finanziaria e delle esigenze del consumatore debba essere compiuta prima di aver fornito chiarimenti adeguati
    Non sussiste, in via di principio, un nesso tra tali due obblighi precontrattuali.
    Il creditore può quindi dare chiarimenti al consumatore senza essere obbligato
    a valutare, preliminarmente, la solvibilità di quest’ultimo.
    Tuttavia, il creditore deve tener conto della valutazione della solvibilità
    del consumatore, ovetale valutazione renda necessario un adeguamento
    dei chiarimenti forniti

    Infine, la Corte precisa che gli obblighi di informazione devono, in ragione
    della loro stessa natura precontrattuale, essere adempiuti preliminarmente alla firma del contratto di credito, fermo restando che i chiarimenti non devono necessariamente essere forniti in un documento specifico, ma possono essere dati oralmente nel corso di un colloquio.

    IMPORTANTE:
    Il rinvio pregiudiziale consente ai giudici degli Stati membri, nell’ambito di una controversia della quale sono investiti, di interpellare la Corte in merito all’interpretazione del diritto dell’Unione o alla validità di un atto dell’Unione.
    La Corte non risolve la controversia nazionale. Spetta al giudice nazionale
    risolvere la causa conformemente alla decisione della Corte.
    Tale decisione vincola egualmente gli altri giudici nazionali ai quali venga sottoposto un problema simile

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