La forza arrogante

Come  ampiamente previsto e numericamente del tutto prevedibile, alla Camera la maggioranza ha respinto senza problemi la mozione di sfiducia individuale al ministro delle riforme e per i rapporti con il Parlamento. Secondo le categorie renziane, le opposizioni sono state asfaltate senza nessuno sforzo apparente da parte del Governo e dei suoi sostenitori e la protagonista della vicenda ha avuto soddisfazione del suo “vedremo chi avrà i numeri”; li ha avuti, li ha sempre avuti, li avrà ancora per molto.

L’asse così spostato sulla questione della forza rende merito a quello che Berlusconi, e altri prima di lui, hanno sempre sostenuto: nella loro idea di democrazia, chi ha i voti ha ragione. Basta chiacchiere, i gufi stanno a zero, gli ottimisti vanno a mille, rosicate in silenzio e da un’altra parte. D’altronde, nel magnificat di sé stessa in forma di intervento parlamentare, Maria Elena Boschi l’ha spiegato fin nei dettagli: «a chi vuole colpire il Governo dico “lasciate perdere”; non ci fermerete, non arresterete la nostra azione, noi siamo il cambiamento di cui il Paese ha bisogno».

Nientedimeno! Loro, non altri, nessun altro, sono ciò di cui la nazione ha bisogno. E quindi, colpire loro significa danneggiare l’Italia. Una retorica arrogante e presuntuosa che ha davvero pochi precedenti. I vincenti si peritano quotidianamente di mettere in mostra le loro vittorie, con un fare studiato per generare esclusivamente due sole reazioni: l’entusiasmo per chi in quelle affermazioni può sognare le proprie, in un processo sterile e vano di identificazione; e il rancore di quelli che vengono sconfitti, nel gioco ripetitivo e stanco che va in scena fra i drappi di velluto e le vetrate raffinate di quelle sedi che un tempo erano rappresentanza del popolo, ora ridotte a mera rappresentazione del potere.

Nel Palazzo, la maggioranza ha l’opposizione che si merita, e l’una giustifica l’altra rendendola legittima e adeguata. Nel Paese, non quello di cui parla la ministra, ma quello che vive tutti i giorni, metà “tifano” per questi o per quelli, e in ciò accontentano la propria voglia di partecipazione; l’altra parte, semplicemente, si disinteressa di quanto accade, allo stesso modo in cui non pochi guardano distrattamente la tv quando danno notizie che non li riguardano.

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