Di chi è figlio il risultato francese?

Le semplificazioni da social non aiutano, ancor meno quando si cerca di condensare in poche battute ragionamenti che meriterebbero spazio e tempo diversi e maggiori. Così, quando l’altro giorno mi sono trovato a scrivere che intonando  “qu’un sang impur abreuve nos sillons!“, si finisce col favorire i rivendicatori della presunta purezza del sangue, mi è stato fatto notare che il malessere francese che ha portato all’affermazione del Front National non c’entra affatto con il clima che si respira dopo gli attentati. Osservazione giusta, ma al contempo sbagliata.

Giusta, perché quel malessere c’è da tempo. Sbagliata, perché io non intendevo e non intendo affatto dire che l’affermazione della Le Pen alle amministrative sia figlia della violenza terrooristica. Tutt’altro: volevo e voglio dire che se si risponde a quel malessere e a quel clima con il richiamo all’identità nazionale impersonato dalla Marsigliese per rivendicare che “non cambieremo mai il nostro stile di vita”, il rischio è che i più nazionalisti difensori di quel portato identitario se ne avvantaggino.

Quanto poi alle responsabilità “genitoriali” dell’esito elettorale francese e del crescere dei populismi di destra (che tali sono anche, se non soprattutto, quando si dicono “né di destra, né di sinistra”) sono quasi tutte da ricercare nel lavoro svolto dalle élites europee e da chi le ha sostenute senza mai accennare a una valutazione dissonante o dissenziente. Il sussiegoso sproloquiare sull’ineluttabilità del modello di governo imperante e sulla mancanza strutturale e fisiologica di alternative al sistema economico ormai dominante, ha fatto sì che i perdenti nella competizione globale, di fatto, venissero esclusi e non più contemplati nel discorso pubblico. Ciò ha coltivato sacche di rancore, quando non di vera devianza, che hanno incanalato la propria rabbia in tutto quello che poteva dargli la possibilità di ottenere se non riscatto, almeno vendetta.

Ecco perché cantare l’inno nazionale sotto i ricchi palazzi del centro contribuisce ad acuire il sentimento di esclusione che vivono i poveri dei quartieri periferici e tutti quelli che non ce la fanno. Perché dice loro: “quella che cantiamo non è la Nazione di cui fate parte, quello che rivendichiamo non è lo stile di vita alla vostra portata”.

Horkheimer diceva di chi non aveva voluto parlare in modo critico del capitalismo, che avrebbe fatto bene a tacere pure sul nazismo. Si potrebbe ora, con le debite e dovute differenze ed eccezioni, dire che coloro non hanno speso una critica sull’impianto di finanza, economia e governo in Europa e nel Mondo (figuriamoci mettere in atto azioni concrete), dovrebbero trovare il tempo di tacere a proposito delle derive demagogiche e reazionarie a cui assistiamo.

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