Donald Trump, Homer Simpson e il suffragio universale

“Per combattere il terrorismo, impediamo l’ingresso negli Usa ai musulmani e chiudiamo Internet”. Uno si aspetterebbe lo scroscio di risate registrate stile sit-com, e invece nulla. Tutto diventa pericolosamente serio, perché a dire quelle enormità è un candidato alle primarie del Partito Repubblicano per la Casa Bianca. Ed è uno che ha pure molte chances di successo. Incredibile? Non proprio. Ricordate tutte le volte che avete pensato (perché so che lo avete pensato) che The Simpsons fosse uno sguardo irriverente ma preciso su di un intero spaccato rappresentativo del cuore popolare della realtà americana? Bene, lo pensano anche i sondaggi.

Allora, uno se lo immagina davvero Homer Simpson con una birra sulla pancia sdraiato sul divano. In tv non danno niente di interessante. Fa zapping fra televendite e repliche di vecchie pellicole, quando in un tg un giornalista troppo annoiato per arrivare al “why?” racconta di due persone di religione islamica, autrici di proclami jihadisti su Facebook, che hanno assaltato un centro per disabili di una cittadina anonima tanto simile a quella che si vive da sembrare la propria, uccidendo venti ragazzi a colpi di kalashnikov. Poi esce un tipo dalla capigliatura bizzarra e dice: “per combattere il terrorismo, impediamo l’ingresso negli Usa ai musulmani e chiudiamo Internet”.

Un richiamo dalla cucina lo distrae: “è pronto!”. Via verso la cena, “mitico!”, con l’immagine del politico simpatico e strambo che si fonde coi piaceri e i profumi dell’arrosto. E così arrivano le elezioni, e il nostro Homer si ritrova in mano la scheda, pensa a quelle immagini, a chi voleva rovinare la sua normalità fatta di tv e divano, birra e cena, “arrosto!”, si ricorda del tale buffo con i capelli strani: “com’è che si chiamava? Stump? No. Jump? No. Ah, ecco, Trump, sì, Donald Trump”. Dopotutto, il suo voto vale quanto e come quello di tutti gli altri. “Non era male quel Trump, già, niente male”.

Nei sondaggi per le primarie Usa del Grand Old Party, Trump sale a dispetto delle sue uscite. Forse proprio in ragione di quelle. Dice: “Chiudiamo le frontiere e cacciamo tutti i sospetti in attesa di capire”. Homer la pensa come lui. Solo che aspettare che capiscano loro potrebbe essere fatale, ancor più potrebbero esserlo i risultati di quella comprensione. Ma Homer, nel frattempo, vuole solamente vivere tranquillo nella sua routine tediosa e rassicurante. Di pensare non ha alcuna voglia, di comprendere figuriamoci, di studiare neanche a parlarne e non c’è più nemmeno sua figlia Lisa, cresciuta e andata via. Gli hanno dato il potere di decidere e gli hanno chiesto di usarlo. E lui lo fa.

Chissà quanti sono gli Homer d’America. O d’Europa, di Francia, dove una sinistra stanca di provare a immaginare un mondo differente non può che consegnarsi a una destra per non far vincerne un’altra, contribuendo a quella confusione che conduce al “son tutti uguali”. E d’Italia, quanti sono gli Homer de noantri? È vero, che sciocco: “in Italia non ci sono e non può succedere quello che accade Oltralpe e Oltreoceano perché noi abbiamo fatto le riforme”.

Può essere, certo. Però in Francia Marine Le Pen è stata votata dai ceti popolari impoveriti, ormai esclusi dal discorso pubblico e dal racconto politico. E quelli, e nell’identica situazione, ci sono ugualmente da noi. E gli Homer Simpson? Non saprei. Propenderei per il “no”, se questo non fosse il Paese in cui 6 abitanti su 10 leggono meno di un libro all’anno.

Signore e signori, vi presento la maggioranza. Per i patiti del genere, ovvio.

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