Camminando come sconosciuti

Daniele Mastrogiacomo, nel suo reportage per la Repubblica in edicola ieri, ha raccontato la vita a Sens, centro che è tutto periferia, a 100 chilometri a sud di Parigi, fra sassi, droga e terrore, per spiegare come può avvenire che ragazzi nati in Francia, nella civiltà francese fatichino a riconoscersi.

Sens è cresciuta con l’immigrazione a partire dagli anni ’70, e poi s’è perduta, come altre trincee e frontiere urbane, fra problemi più grandi di lei. Oggi è la prima, ma non l’unica, a sperimentare il coprifuoco voluto da Hollande e Valls. Lo Stato reagisce agli attacchi al centro riducendo le libertà in periferia: da venerdì a domani, nessuno potrà circolare a piedi o in macchina fra le 22 e le 6, pena l’arresto. E se cerchiamo una spiegazione di quel senso di alienazione, diffidenza, estraneità di chi vive lì rispetto a quello che accade all’ombra della Tour Eiffel, credo che bastino le poche parole con cui il tassista saluta il giornalista: «Almeno voi divertitevi a Parigi. Stasera escono tutti. Per dimostrare che non abbiamo paura e per difendere la nostra libertà».

A Parigi escono tutti, a Sens non può uscire nessuno. Giro pagina sul giornale e leggo che per la “generazione Bataclan, la rivincita è nei bistrot”. Nelle banlieue i bistrot non ci sono. E non ci sono quelli delle banlieue a portare fiori davanti ai bistrot. Due mondi diversi, che non si capiscono perché parlano lingue differenti, discordanti, inconciliabili. Al centro si ha tutto quel che serve, se non nei fatti, almeno per possibilità, e si discetta di libertà e altre storie. In periferia manca ogni cosa, anche solo per ipotesi, e tempo per quelle storie se ne ha sempre meno, sentite non proprie, pure se colpiscono coetanei con lo stesso passaporto.

Non si può giustificare l’odio omicida, e non lo sto in nessun modo facendo. Però si può provare a comprendere le ragioni del rancore che rende indifferenti alle sorti di quanti, per le proprie, hanno sempre mostrato indifferenza. Quando da un elegante arrondissement s’è mossa una carovana silenziosa per portare fiori sul muro di cemento che ha visto un ragazzo morire di droga? Quando per piangere un giovane ucciso in uno scontro fra bande criminali? Quando per pregare con i fratelli e le madri di chi è stato sparato da un poliziotto troppo veloce nel metter mano all’arma? E perché ci dovrebbe stupire che ora non accada il contrario?

La generosità è di chi ha di più verso chi ha di meno: considerate le parti, e giudicate gli atteggiamenti. Il processo di criminalizzazione generalizzata degli abitanti di quei luoghi ai margini delle città serve a nascondere l’ingiustizia sociale che ne sostiene l’esistenza. Come può essere la stessa Francia quella del Quartiere latino, Marais, o Place de la Concorde, e quella di Clichy-sous-Bois, Orly o Servan?

Perché poi di tutto il resto è giusto discutere: la follia radicale, l’illusione religiosa, il racconto del martirio liberatorio. Ma qui parliamo di un terrore che nasce dietro casa nostra e non possiamo fingere che nella mancanza di inclusione, voluta nel miraggio esclusivo di una società apparente, non vi sia una delle ragioni per le quali tanto terreno trovano quelle pazzie. E quello che vale qui, ancora di più è valido nella proiezione mondiale, con l’immensa povertà disperata, diffusasi perché spesso ai ricchi, a noi ricchi, ha fatto comodo non doverci fare i conti e ignorarla, come fosse un problema d’altri, dei perdenti nella competizione e globale, dei poveri, che non spariscono solo perché a noi piace raccontarci l’altra parte del mondo.

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