La cultura non è un percorso di formazione professionale

Tre articoli del vicedirettore de Il fatto quotidiano, Stefano Feltri, mi danno l’occasione di tornare su una materia di cui scrissi quasi un anno fa. La tesi di Feltri, in estrema sintesi, è che iscriversi alle facoltà umanistiche sia inutile e antieconomico per i singoli e, in un certo senso, anche per la società. Inoltre, per l’editorialista, a quei corsi di laurea si iscriverebbero gli studenti con i voti più bassi perché sono i più facili, e gli iscritti a queste facoltà sottrarrebbero possibili scienziati; due postulati chiaramente in contraddizione, perché mentre si afferma che solo “i meno bravi” sceglierebbero lettere e filosofia, si dice che facendolo, essi ridurrebbero il numero dei potenziali biologi e ingegneri, che, nel ragionamento del giornalista del Fatto, dovrebbero essere “i più bravi”, non dunque quegli svogliati di sociologia e scienze politiche (sui punti deboli di quelle argomentazioni e di altre, meglio di come potrei fare io qui ha risposto Valigia blu).

Ma il tema non è, e non può essere, esclusivamente questo. Se continuiamo ad affrontare la questione sulla base ragionieristica con cui la prende Stefano Feltri, da quel ragionamento non ne usciremo. La cultura, che è poi il fine ultimo per il quale si studiano alcune cose, non c’entra affatto con i rendimenti in capitale e interessi di un eventuale investimento su sé stessi. Se leggo Proust, se riprendo in mano Aristotele, se passo ore davanti a un quadro di Raffaello, se mi perdo nei giri di Blake o m’affanno dietro le costruzioni di Joyce, non è che metto in conto di averne un utile economicamente definibile. Lo faccio perché è la cultura quel fine, il motivo delle ore passate a capire cosa aspetti davvero il tenente Drogo scrutando l’orizzonte dalla sua ridotta nuova o perché mai l’agrimensore K. non provi a bussare alla porta del castello. Ma non è solo una faccenda estetica (come, se ci pensate, non lo sono nemmeno gli ultimi due esempi, visto che parlano di alienazione e solitudine nella condizione moderna dell’uomo), è anche la volontà di capire come vanno le questioni degli uomini e imparare a fare e a farsi domande. E credo che qui stia il punto.

Quello che si tenta di fare ogni volta che si iniziano esposizioni per così dire “alla Feltri” è sostenere che la cultura deve essere intesa come una sorta di percorso di formazione professionale continuo e permanete. Nella teoria delle élite e nella prassi giaculatoria di chi a queste fa il coro, le masse devono studiare non per capire il mondo, o almeno provarci (che per quel compito bastano loro e quelli che essi stessi ritengono all’altezza della funzione), ma per diventare esecutori preparati ed efficienti.

Chiariamoci, qui non c’è nessuna contrapposizione fra i tipi di cultura, umanistica o tecnologico-scientifica, né si tenta in alcun modo di fare una graduatoria; quel terreno appartiene alle dissertazioni che si vogliono criticare. C’è invece il rifiuto ad intendere lo studio solo come quell’attività finalizzata ad avere buoni e bravi produttori di ricchezza materiale. Se fosse solamente questo, sinceramente, sarebbe davvero inutile.

Il tempo e la fatica spesa sulle “sudate carte” sono il necessario sforzo per l’acquisizione della capacità di porre domande, come si diceva, di accrescere la curiosità, di sviluppare l’attenzione al particolare per comprendere il generale. E che quella facoltà del chiedere curiosamente attenti alle risposte sia da sempre stato un rovello e una preoccupazione per chi detiene qualsiasi forma di potere, lo sappiamo dai tempi in cui Socrate non dimenticò di rammentare a Critone il suo debito verso Asclepio.

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