Se volete spettatori, non cercate partecipanti

Tre regioni e mezza. Sono in pratica quelli andati a votare delle sette chiamate alle urne. Altrettanti hanno deciso di non partecipare. Ma a pochi giorni dalle elezioni, quasi tutti gli interessati e i commentatori paiono averlo già dimenticato. Ai primi, perché conviene, ai secondi, perché spesso conviene farsi convenire quel che conviene ai primi.

Eppure, la questione sembra abbastanza semplice: non si stratta di astensione, quanto di una banale constatazione. La politica della rappresentanza, orami, si incammina sempre più verso una sostanziale autorappresentazione, un selfie, per usare l’immagine che a questa stagione causticamente applica il bravo Marco Damilano. In quella foto, ovviamente, ci sono solo i protagonisti che già presidiano la scena. Gli altri, gli esclusi, vengono ignorati. Di conseguenza, ignorano ciò che accade su quel palco. Se ne fanno una ragione, insomma.

Dopotutto, che altro dovrebbero fare? Il messaggio che arriva dalle istituzioni, a qualsiasi livello, dal piccolo comune al governo del Paese, è: “lasciate fare a noi”. Il non detto in  quella fra è: “non impicciatevi”. Quelli a cui questo stato di cose va bene o che ancora credono, non so quanto giustamente, che si possa migliorare, riformare col proprio contributo, provano a esserci e dire la loro. Quanti si sentono esclusi e spesso lo sono o non ritengono più, non so quanto erroneamente, che il loro eventuale contributo possa servire a qualcosa, se ne stanno in disparte.

Chi fa politica, quando gli tocca di governare o ricoprire ruoli di rappresentanza, non di rado manifesta una certa qual “insofferenza” per i tentativi di partecipazione continua dei cittadini. Li vorrebbe spettatori di una partita che lui, e solo lui, è chiamato a giocare, pronti a tifare e, al massimo, dire la loro al momento del rinnovo degli abbonamenti, il voto, meglio se quelli della tv satellitare, che tiene più lontani da urla e rumori.  Questo è tanto più vero quanto quelle moleste richieste d’esser considerati provengono dagli strati più bassi e marginali della società, che se fossero portati in risalto, danneggerebbero l’immagine dei risultati e di quel che fanno i giocatori.

Per questo motivo, le esistenze precarie, le “vite sbagliate” o solamente le storie non vincenti, le mille povertà, spariscono dal racconto pubblico: per non macchiare la copertina della storia patinata che si vuole vendere. E per questo, i protagonisti malcapitati di tutte quelle vicende, decidono di non prestarsi alla finzione di esser partecipanti di una rappresentazione che non li riguarda, perché a loro ha smesso di guardare.

Fino a quando può reggere tutto ciò? Sinceramente, non saprei dirlo. Forse a lungo, forse per poco ancora. So che una politica seria e degna di questo nome un simile quesito dovrebbe porlo al centro del proprio interrogarsi e in cima alle cose da fare per dar senso al suo agire.

Una politica seria, appunto. Che è oggi tutto quello che manca. Anche se non è detto che non sia possibile costruire insieme, partendo proprio dalla ricerca di un dialogo e di una comunicazione reale e costante con quella parte di società che non si sente più parte della sua rappresentanza.

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