Non è colpa degli altri

Una generazione può essere giudicata dallo stesso giudizio che essa dà della generazione precedente, un periodo storico dal suo stesso modo di considerare il periodo da cui è stato preceduto.  Una generazione che deprime la generazione precedente, che non riesce a vederne le grandezze e il significato necessario, non può che essere meschina e senza fiducia in se stessa, anche se assume pose gladiatorie e smania per la grandezza. È il solito rapporto tra il grande uomo e il cameriere. Fare il deserto per emergere e distinguersi. Una generazione vitale e forte, che si propone di lavorare e di affermarsi, tende invece a sopravalutare la generazione precedente perché la propria energia le dà la sicurezza che andrà anche più oltre; semplicemente vegetare è già superamento di ciò che è dipinto come morto.

Si rimprovera al passato di non aver compiuto il compito del presente: come sarebbe più comodo se i genitori avessero già fatto il lavoro dei figli. Nella svalutazione del passato è implicita una giustificazione della nullità del presente: chissà cosa avremmo fatto noi se i nostri genitori avessero fatto questo e quest’altro… ma essi non l’hanno fatto e, quindi, noi non abbiamo fatto nulla di più. Una soffitta su un pianterreno è meno soffitta di quella sul decimo o trentesimo piano? Una generazione che sa far solo soffitte si lamenta che i predecessori non abbiano già costruito palazzi di dieci o trenta piani. Dite di esser capaci di costruire cattedrali, ma non siete capaci che di costruire soffitte”. Antonio Gramsci, Quaderno 8, paragrafo 17, Passato e presente.

Scusate la lunga citazione, ma è Gramsci e ci sta tutta. Insomma, io non riesco a capire questa generazione a cui anagraficamente appartengo. Ancor meno comprendo quelli che, in essa, appartengono, o dovrebbero, alla mia fazione politica. Non riesco a capire le parole di Orfini, le parole di Cuperlo, le parole di Fassina. Insomma, ragazzi, io sono più giovane di tutti voi, eppure non mi sento già da tempo un tenero virgulto: quello che devo fare, lo devo fare io, non è che posso dire “se l’avesse fatto mio padre, ora sarebbe tutto più semplice”. E poi, caspita, voi, tutti, ci avete lavorato nella ditta dei vostri padri, e con posizioni di rilievo: potevate fare allora quello che ora lamentate non esser stato fatto.

Come dire: “con chi diavolo ve la prendete adesso?”. Perché, nella logica del “tutta la colpa è di quelli che ci sono stati prima”, vince Renzi. E infatti, uno dei tre appena citati, al nuovo andazzo s’è subito adeguato. Ma nessuno di loro può chiamarsi del tutto fuori, come nessuno di noi potrebbe liquidare una storia intera di cui si è stati protagonisti nella rottamazione autoassolvente di qualche nome, ergendosi a nuovo profeta, soprattutto dopo aver fatto per anni parte del funzionariato, più o meno elevato, di quell’epopea oggi a parole esecrata.

E poi, un po’ d’amor proprio, che diamine. Del buono che c’è intorno come del male che vi s’incontra, non si può dare la colpa sempre e solo agli altri. Ancora di più se si hanno avuto o si ambisce ad avere responsabilità dirigenziali. Se non altro, per non dare l’impressione di cercare, “nella svalutazione del passato”, una triste e sconsolata “giustificazione della nullità del presente”.

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