Non c’è alcun bisogno

“No, non tornerò a casa per votare; se lo facessi, alla fine voterei per uno che forse non potrà nemmeno insediarsi, che è stato condannato e dichiarato decaduto perché non voleva rinunciare al doppio incarico di sindaco e viceministro, e non mi va. E comunque, non c’è alcun bisogno del mio voto: ora ci sono anche quelli del centrodestra”. Sorride amaro il mio amico, insegnante precario, originario del Sannio e trasferitosi al Nord per lavoro, ma ancora residente al paese natio, ché l’esser precari è pure questo andare ovunque senza radicarsi in nessun luogo. Non tornerà a votare per De Luca, mi spiega, per le sue vicende e per il sostegno che sta ricevendo da destra. Perché il suo voto è superfluo, dice. E forse non ha tutti i torti.

Perché questa cosa del partito unico nel pensiero politico unificato dalla fede nel non ci sono alternative, in effetti, qualche sentimento del genere, lo ingenera. Come dire: se non serve per vincere, perché tanto si vince comunque e qualora così non fosse, finisce che si stia lo stesso fra i vincitori, alleandocisi, e se non è utile per essere rappresentati, perché l’unico valore è la governabilità, e il resto argomenti del passato, soprattutto se si hanno idee diverse da quelle mainstream, a che serve esprimere il proprio voto?

Dico che hanno ragione quelli che rinunciano, che si astengono, che hanno smesso di credere nel poter essere decisivi in qualcosa con la loro partecipazione? Non saprei; certo è che ormai non so più dar loro tutti i torti come facevo un tempo. Insomma, quando si diceva che chi rinuncia dà ragione a chi vince, forse aveva un senso; ma adesso che tutti quelli che partecipano non possono che dare ragione a coloro che vincono, perché altrimenti sono nemici del cambiamento, non sono più così convinto.

“Tanto”, mi dice ancora quel mio amico, “ormai la crisi è finita, lo dicono tutti i giornali, e la ripresa è alle porte e tutto andrà come deve andare perché vada bene, anche se non è come io vorrei che andasse: a questo punto, a che serve il mio impegno”.

“Le banche centrali”, aggiunge con calma, “punteranno a far salire l’inflazione, così tutto costerà di più, e i governi nazionali a ridurre i diritti dei lavoratori, così avremo meno forza per rivendicare aumenti salariali e tutti saremo più poveri. E risolveranno la precarietà in una licenziabilità senza reintegro e giusta causa, e l’accesso alla pensione in assegni tanto bassi che poco più è miseria: non posso permettermi di spendere soldi per tornare a casa a votare”.

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