La povertà è reato

In effetti, dal punto di vista di quanti guardano il mondo dalla sua stessa parte, il ministro Angelino Alfano non ha tutti i torti. Insomma, che diamine, i mendicanti stanno in strada tutti i giorni a molestare con le loro continue richieste di denaro, spesso mostrando menomazioni o segni di miseria estrema, e solitamente si incontrano davanti alle chiese e nelle vie del centro, quelle che con tanta fatica gli amministratori si sforzano di tenere in ordine e pulite. È normale che lui dica che l’accattonaggio vada limitato con le leggi e, se necessario, punito.

Diciamocela tutta e francamente: la povertà è un problema non tanto per chi la vive (che di loro, in fondo, a chi importa?), quanto per tutti gli altri. Pensateci bene; i poveri danneggiano l’immagine del Paese, quindi lo rendono meno appetibile per il mercato dei turisti, disturbano gli onesti cittadini che pagano le tasse e anche quelli che le evadono, e soprattutto consumano poco, quindi non partecipano e non contribuiscono alla crescita del Pil. Perseguirli è il minimo che un governo attento al bene della Nazione possa fare.

La povertà, in una logica economica e sociale votata all’omologazione dei comportamenti e degli stili di vita, è un reato perché compromette l’equilibrio del sistema, ne danneggia il funzionamento e costituisce una ragione critica palese e continuamente evidente che rischia di minare la narrazione necessaria a diffonderne l’adesione incondizionata, ineludibile presupposto per il suo non essere messo in discussione negli aspetti e nei princìpi fondamentali.

Si potrebbe quasi dire che la povertà è sovversione in potenza. E un ministro dell’Interno non può ignorarla. Certo, lo so, si potrebbe pensare che il compito di un governo oculato e preoccupato di difendere la società che rappresenta dovrebbe orientarsi a combattere la povertà come problema, non fare la guerra ai poveri quale fenomeno. Ma che volete da uno come Alfano?

E fosse solo lui. La presenza dei mendicanti per strada, potrebbe danneggiare il racconto della speranza opposto a quello della paura. Tutto considerato, poi, un po’ è così: vedere i poveri, e magari sapere che sono ogni giorno di più, può spaventare quelli che invece dovrebbero sperare nelle magnifiche sorti e progressive, dando fondo con tranquillità ai soldi che hanno e confidando sempre nelle capacità dei destinatari dei voti che danno.

Per questo, la povertà esce spesso, se non quasi sempre, dal perimetro del discorso pubblico e delle discussioni dei politici; e sempre per tale motivo, è meglio che i poveri escano anche dal giro dello sguardo degli elettori di questi e di quanti quello devono seguirlo in tv e sui giornali. Ma ve lo immaginate parlare della ripresa imminente e della necessità di crederci per agganciarla, mentre si vedono e si contano i volti e i numeri di quanti non sanno all’alba se mangeranno prima del tramonto? Non funzionerebbe, e infatti non funziona.

Mi rimane un solo dubbio: se la povertà è reato, i criminali sono quelli che la subiscono e la soffrono quotidianamente sulle propria pelle, o quanti non fanno nulla per combatterla, quando non, direttamente o meno, la determinano e la causano?

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