Guerre d’altri

“Quanta gente, mossa da motivi ignoti, è passata, come i francesi e gli spagnoli, su queste terre? È ben naturale che i contadini dopo migliaia di anni di ripetute, uguali esperienze, non si entusiasmino delle guerre, diffidino di tutte le bandiere”. Dopotutto, come fare a dar loro torto. Un esiliato errante come Carlo Levi l’aveva colto in pochi mesi passati in quella civiltà e fra quella gente: la guerra è un modo che hanno i ricchi per regolare i conti, e farli pagare ai poveri; ecco perché questi non si fidano e non si appassionano agli argomenti e alle ragioni delle parti.

In questi giorni ho discusso, anche animatamente, con molti amici e conoscenti sulle questioni relative a un possibile intervento armato in Libia o circa le spese militari che non calano, nonostante la crisi e l’austerity che imporrebbero un maggiore controllo delle uscite economiche di uno Stato. Eppure, credo che il tema e il motivo di diversi fraintendimenti sia sempre e solo quello: io rifuggo la guerra perché in questa sono sempre e solo i miei a morire. E non si tratta dei lati di una barricata, ma dei gradini di una scala. È sempre stato così, e nei conflitti moderni e contemporanei lo è ancora di più: muore di più chi sta in basso, indipendentemente se di qua o di là.

Ricordate l’alta guida che ci condusse sul fronte alpino inferiori per mezzi e numeri? Bene, non ci morì lì, ma per suo conto lo fecero a migliaia anonimi cafoni, e per una Patria che avrebbe iniziato a chiamarli terroni o li avrebbe annullati nei processi produttivi. E l’altra, quella avviatasi nell’ora delle decisioni irrevocabili? Come sopra: morti a frotte in piane gelide o in deserti infuocati. E per chi? Per quanti, dopo i fasti della Nazione gioiosamente liberata, li avrebbero derisi con cartelli sotto i palazzi ancora da affittare o stritolati e bruciati nei meccanismi di uno sviluppo senza progresso che ne ha fatto, singolarmente, degli elementi del tutto irrilevanti.

Ancora oggi, nulla è cambiato. In un caso o nell’altro, a decidere l’inizio di una guerra è sempre chi in essa non ci finirà mai. Allo stesso modo accade per tutto il resto, secondo l’antica saggezza, contadina, appunto, secondo cui “cambia il governo, cambia il padrone, solo per chi sta sotto non cambia niente”.

Sì, sotto, come spiega Ignazio Silone, altro interprete di quel mondo buono per i potenti solo quando deve farsi carne da cannone: “In capo a tutti c’è Dio, padrone del cielo. Questo ognuno lo sa. Poi viene il principe di Torlonia, padrone della terra. Poi vengono le guardie del principe. Poi vengono i cani delle guardie del principe. Poi, nulla. Poi, ancora nulla. Poi, ancora nulla. Poi vengono i cafoni. E si può dire ch’è finito”.

Quindi, miei cari ricchi, e pure voi che tifate per loro dalla comodità delle vostre poltrone ben sistemate davanti un talk show o una tastiera, per quelli della mia razza, come cantava Brassens e poi De André, la vita è in fondo il solo e unico lusso. Pertanto, se volete la guerra, in Cirenaica, Tripolitania o dovunque sia, armatevi e partite. Per primi, mi raccomando: noi vi cediamo il passo.

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