Nella terra a metà

L’ultima rilevazione dell’Istat ci dice che il Pil pro capite al Sud è la metà di quanto sia al Nord:  se nelle regioni nord occidentali del Paese esso si attesta sui 33,5 mila euro a testa, in quelle meridionali si ferma ad appena 17,2 mila, cioè il 45,8 per cento in meno. In un contesto di povertà diffusa, che spinge l’Ocse a stimare del 30 per cento più bassi della media degli Stati compresi nell’organizzazione i redditi degli italiani, lo Svimez ci informa che negli anni della crisi, dal 2007 al 2012, le entrate economiche delle famiglie al Mezzogiorno sono calate del 24,8%, mentre al Settentrione sono cresciute dell’1,7.

Quella tra il Gran Sasso e l’Etna è una terra a metà. Nel senso che, per viverci, i suoi abitanti possono contare solamente sulla metà dei guadagni rispetto a chi abita fra il Po e le Alpi, che devono spartirsi la metà dei posti di lavoro disponibili a testa e che devono amarla a metà, dato che è sempre bene essere pronti a lasciarla, vivendo poi una vita suddivisa fra il posto in cui si lavora e quello nel quale si è nati.

Tutto ciò accade nella più assoluta delle indifferenze pratiche e praticate. No, non nell’indifferenza teorica o parolaia. Di quelle attenzioni ce ne sono sempre tante, e spesso troppe, visto che ora pure chi teorizzava (e teorizza) l’inferiorità antropologica e razziale delle genti del Sud si riscopre interessato a sostenerne le ragioni in cambio del sostegno delle proprie ambizioni elettorali.

L’indifferenza rispetto a un’attenzione reale, quella che dovrebbe portare ad affrontare le questioni per quali si manifestano e si concretizzano. Dinanzi a quella che sempre lo Svimez chiama la desertificazione potenziale del Mezzogiorno, che ne sta facendo sempre più terra senza abitanti, anche in questo a metà, e proprio quando quel fenomeno mostrava il suo lato peggiore e più feroce, il Paese scopriva e s’interessava alla “questione Settentrionale”. Non perché non ci fossero problemi al di sopra del Rubicone, ma perché non si doveva scordare quelli al di sotto del Tronto.

Invece, così è stato, e tale è lo Stato. E tanto curiosa e beffarda è la storia che quelli che contestano chi ieri li chiamava “terroni”, evocandone la “puzza” in cori da stadio, oggi lo fanno in nome dell’unità di un Paese che ancora intitola strade e musei a Cialdini  e Lombroso, come dimenticando che per quella “Patria” che a tre colori sventola i nati della terra a metà con il mare son tuttora cittadini in minore, anche quando dei propri accenti risuona il pianto di madri, mogli e sorelle dei morti per il suo onore in qualche divisa.

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