“Le riforme si fanno con le opposizioni”. Certo, appunto

Ieri ascoltavo un’intervista in cui il presidente del Consiglio, facendo la consueta “vocina” caricaturale e dopo aver definito le minoranze “ininfluenti”, entrambe attestazioni del rispetto che nutre verso chi la pensa diversamente da lui, affermava in sostanza che “ci sono quelli che dicono ‘eh, ma sulle riforme costituzionali, sulla legge elettorale e domani sull’elezione del presidente della Repubblica, ci sono i voti anche delle opposizioni’. Giusto, è doveroso che votino pure le opposizioni su questo”.

Bene, ma chi è che dice il contrario? Certo che le riforme costituzionali, quella elettorale e anche l’individuazione del capo dello Stato si fanno con le opposizioni. Ed è appunto per quello che, dalle minoranze che Renzi mal tollera, se ne chiede il coinvolgimento. Il coinvolgimento, però, non la scelta. Perché qui siamo al ribaltamento della realtà: mentre si dichiara il corretto principio della collaborazione sui temi comuni con chi la pensa diversamente, nei fatti questi li si esclude, votando quelle riforme solo con chi è, al massimo, diversamente maggioranza.

Lo schema che sottende al patto del Nazareno, infatti, non va oltre il perimetro della maggioranza costituitasi all’inizio della presente legislatura, con l’elezione di Napolitano e l’avvio del primo governo Letta, quello con Berlusconi, per intenderci. Una cinta oltre la quale non solo non si è mai andati, ma che è stata ristretta, sfrondandola degli elementi meno docili all’interno delle organizzazioni pattuenti. Con un metodo che, se fossimo preoccupati, definiremmo di “normalizzazione”.

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