Siamo un Paese “straordinario”

Per il giorno in cui arriveranno le dimissioni di Napolitano, ho la bottiglia pronta, comprata e messa a invecchiare in cantina nel maggio del 2006. Detto ciò, che non è per nulla una battuta, il fatto che l’annuncio del presidente della Repubblica stia agitando la politica italiana è davvero curioso.

Insomma, c’è un uomo nato nel 1925, e che nel giugno prossimo compirà novant’anni (auguri), che ha già fatto un mandato al Quirinale e che, nella singolare disperazione di un Parlamento preso dal panico all’inizio della legislatura in corso, è stato chiamato, caso unico nella storia repubblicana, a ricoprire ancora l’incarico di capo dello Stato. Oggi che lui lascia perché, sinceramente, non è pensabile che continui oltre, si scopre che deputati e senatori non hanno alcuna idea su quale percorso seguire per arrivare all’individuazione del suo successore. Ma perché, qualcuno pensava che potesse arrivare al 2020, ipotesi che per essere perseguibile appieno, immagino, avrebbe dovuto comprendere anche un patto col, più che del, Nazareno?

Siamo davvero un Paese “straordinario”, cioè in cui le cose ordinarie proprio non vengono prese in considerazione, come il fatto che un signore ben al di là della media nazionale di aspettativa di vita, lasci un incarico in cui era stato rieletto quando quel traguardo l’aveva da tempo raggiunto. E siamo compiutamente straordinari perché di questa condizione di eccezionalità che ci contraddistingue nel mondo, sembriamo non accorgercene, quasi fosse la più ovvia delle situazioni, la più ordinaria delle condizioni, come fosse normale, appunto. E purtroppo.

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