Chi andrebbe a cena dalla minoranza?

In queste settimane, ha fatto molto discutere la presenza o meno di Salvatore Buzzi alla cena di fund raising organizzata dal Partito democratico a Roma. Questione di importanza relativa, ammettiamolo, anche perché, fra quelli che c’erano, ci potrebbe essere stato qualcuno che ancora non sappiamo aver comportamenti, prassi e sistemi simili, se non peggiori, a quelli del vice di Carminati.

Il tema è un altro, cioè: una volta stabilito che l’unico modo di finanziare i partiti è attraverso la raccolta delle risorse dei privati, va da sé che i partiti più organizzati si rivolgano a chi ha più disponibilità e risorse da spendere, proprio perché hanno maggiori necessità organizzative e quindi economiche. E va da sé che un imprenditore, spesso, fa l’imprenditore anche in quei casi, vale a dire, investe. Come evitare, a quel punto, che tale contributo diventi, appunto, investimento e che quindi, per esso, venga messo in contro e perseguito un utile? Non si può, al di là di tutte le belle parole sui limiti alla contribuzione individuale, sui controlli sulle aziende, e su tutta la prosopopea inutile sulla trasparenza, che si risolve nell’impossibilità di essere agita dinnanzi ai problemi sollevati da una semplice tutela della privacy, essere pienamente al sicuro rispetto a questo rischio, anzi.

Il finanziatore privato, però, difficilmente sosterrà una forza non di governo, proprio perché quel suo finanziare è sempre un po’ investire. E questo è un problema di democrazia. Perché se una forza politica al governo del Paese in quasi tutte le sue articolazioni organizza eventi di raccolte fondi, questi saranno, sicuramente, affollati e partecipati. Ma se quelli li organizzasse una forza di minoranza, accadrebbe lo stesso?

Non basta scrollare le spalle e dire: “beh, la democrazia è quella cosa in cui, a un certo punto, si compete. E chi non ha forze sufficienti per farlo, se ne farà una ragione”. Perché questa sarebbe una risposta insufficiente oltre che errata. Perché io non sto parlando di quelle organizzazioni politiche che possono contendersi il potere, e che quindi hanno entrambe la possibilità di sollecitare la partecipazione finanziaria dei sostenitori; sto parlando di quelle realtà che si pongono, come loro missione, l’obiettivo della rappresentanza di pezzi e parti di società, che guardano al governo come possibile strumento, non come unico fine, e che raramente lo raggiungono.

E anche perché, nello schema in cui si sostengono solo le forze che hanno possibilità di contendersi potere e comando, si replica il modello statunitense, dove i partiti sono due, ma la possibilità di sistema, sostanzialmente, solo una, e dove, in fin dei conti, tutto si riduce a una competizione fra diversi gruppi che si sfidano per il dominio dell’organizzazione dello Stato, non che si confrontano per il modello ideale e la visione su cui organizzare la società, e nel quale in tanti, troppi, semplicemente non partecipano perché non si sentono, e in effetti non lo sono, parte di nessuno di quei gruppi.

Ovviamente, pure quello è un modo. Ma c’era e c’è ancora chi “sogna una libertà diversa da quella americana” e soprattutto ci sono coloro che vorrebbero considerare la democrazia una cosa viva e praticabile, capace e realmente in grado di contenere la rappresentanza anche delle proprie idee e visioni, al di là del gioco e della gara a chi raggiunge le stanze dei bottoni.

Se conta solo la governabilità, è chiaro che chi pensa alla centralità della rappresentanza è escluso. Ed è altrettanto ovvio che alle loro cene, se mai ne facessero, non andrebbero coloro che possono contribuire con risorse importanti. Se a tutto questo si aggiunge una professionalizzazione mediatica e un’eccessiva ricerca performativa della pratica politica che la rende, e non avviene per caso, sempre più costosa, si capisce pure il motivo per cui essa, sempre di più, diventi affare da élite e oligarchie.

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