Ada, la nonna di Marta

Marta ha pochi diritti, lo sappiamo. Così pochi che non può andare in ferie, perché non gliele pagherebbero, e non può nemmeno affacciarsi allo sportello di una banca per chiedere un mutuo, perché le riderebbero in faccia. Non può accedere al congedo per maternità, e non l’hanno neanche inclusa nella platea dei beneficiari degli 80 euro.

A Marta, nonostante la vita frugale che conduce, capita a volte di non riuscire ad arrivare alla fine del mese, e vergognandosene, spesso ha dovuto accettare l’aiuto di Ada, sua nonna. Ma come sta Ada? Perché, a leggere certe analisi che contrappongono tutelati a garantiti, sembra che Ada viva un paradiso tanto esoso da condannare sua nipote a quello stato di precarietà e sacrifici. Davvero è così?

Supponiamo che Ada sia una pensionata media. In quel caso, ci sono ben oltre 4 possibilità su dieci che il suo reddito mensile sia inferiore ai mille euro. Secondo il Bilancio sociale dell’Istat, infatti, il 43,5% dei pensionati non arriva alla quarta cifra nella voce “netto a pagare” della sua pensione. Si tratta di quasi sette milioni di persone, di cui oltre due, il 13,4%, si ferma addirittura sotto la soglia dei 500 euro, e se alziamo l’asticella di quel valore a 1.500, al suo interno ricomprendiamo il 70% dei pensionati.

Ma come fa Ada, con quei redditi, ad aiutare sua nipote Marta? Ci riesce perché pure la vita che lei conduce è molto austera, al di là e prima dell’austerity degli economisti che ne parlano sfoggiando al polso orologi del valore di tre anni dell’assegno di un pensionato medio.

Però adesso lei se l’è un po’ presa con chi dice che è colpa sua se Marta sta così, o che è colpa delle tutele che sul lavoro lei e le sue compagne hanno conquistato e ottenuto, hanno tramandato ai loro figli ma non son riuscite a spostare sui propri nipoti. Ed è delusa di sentire quei ragionamenti provenire dalla parte di chi doveva stare dalla sua e da quella di sua nipote. E si chiede: “ma questi che parlano di disparità fra i diritti che abbiamo avuto noi e quelli che hanno i ragazzi oggi, per colpa delle leggi che loro o i loro alleati hanno approvato, non pensano mai alla disparità fra il reddito di mia nipote e i loro?”.

No, Ada non è populista: è arrabbiata. Arrabbiata di dover vedere sua nipote soffrire e chi comanda incolpare gli altri per le situazioni che non sa risolvere o che, peggio, ha creato o contribuito a determinare. E Ada è di sinistra, come suo marito, Mario, che è iscritto allo Spi-Cgil, e prima lo era alla Fiom, ed è ancora più arrabbiato di lei a sentirsi additato come responsabile dei problemi italiani da quelli che ha votato e che ha sostenuto.

E Marta dà ragione ai nonni. E dà ragione ai suoi genitori, che grazie a quei diritti han potuto studiare e non fare gli operai, ma l’impiegato e l’insegnante. E non ce l’ha con loro perché lei deve rispondere a un telefono per 700 euro al mese con la minaccia di essere cacciata per qualsiasi motivo. Ce l’ha con chi non risolve il problema, o pensa di pareggiare la sua situazione portando tutti alla drammatica condizione di precarietà che conosce perché vive tutti i giorni.

E lei, sua nonna e sua mamma, il 25 ottobre saranno in piazza. Pure se nessuna delle tre è iscritta al sindacato, né lo è mai stata. Perché non vogliono essere messe l’una contro l’altra da chi fino a ieri non hanno visto dov’erano loro, ma ora guardano sedere e prendere applausi da quelli che quei contratti senza diritti e con pochi soldi impongono per strade referendarie o vie di fatto.

Non lasciamole sole. Non per le sigle che organizzano l’evento, ma per la cifra che quella manifestazione per tutti significa. L’alternativa alla lotta per i propri diritti in questo caso c’è, ed è la prosecuzione dello stato attuale: non credo che sia quello che volevamo e per cui ci siamo impegnati. Non io, almeno.

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