Dell’ineluttabilità della partenza

Nel 2013 sono partite 94 mila persone dall’Italia. Lo dice un rapporto della Fondazione Migrantes della Cei. Un numero pari alla popolazione di Alessandria o di Lecce ha lasciato il Paese nel corso di un anno. Aggiungeteci a questo quello di chi si è spostato all’interno del territorio nazionale, prevalentemente, se non esclusivamente, dal Sud al Nord, e avrete la descrizione di una terra di migranti.

Non c’è nessun dato che non si avvertisse, e non c’è nessuna novità: difronte a una situazione economica che si complica, in tanti cercano di trovare, emigrando, la propria occasione. E prima che pensiate che i nostri emigrano perché arrivano gli altri, nello stesso rapporto si fa notare che quegli altri sono la metà dei nostri che vanno via.

Un fenomeno così presente che ci sono pure sindaci, come quello di Elmas, in Sardegna, che hanno messo su, facendo l’unica cosa realmente utile e che in quelle condizioni era possibile fare, un vero e proprio progetto, “Adesso parto”, per dare un aiuto a i propri concittadini costretti a emigrare.

Ha fatto bene, sì, Valter Piscedda, primo cittadino del paese alle porte di Cagliari, perché quelli che aiutano al viaggio fanno di più di quanti organizzano sagre di bentornato, con premiazioni fatte da quei politici che magari, con le loro opere e omissioni, hanno creato le condizioni per quelle partenze.

Che poi spesso, in quei ritorni, capita anche di dover affrontare la curiosa esperienza d’esser conteggiati come turisti, mentre si è solo emigranti di ritorno, e sventolati nelle statistiche che quegli stessi politicanti issano come prova inconfutabile della loro capacità amministrativa e di governo.

No, non ce l’hanno con nessuno quelli che partono. E con chi dovrebbero avercela? È forse colpa di qualcuno? No, è il destino cinico e baro. Perché è chiaro a tutti che se la disoccupazione cala e l’economia va bene, è bravo il Governo, ma solo un cieco non si renderebbe conto che la crisi e le difficoltà sono da imputare esclusivamente alle avverse congiunture.

E quindi, quelle partenze sono fisiologiche. Specialmente se si nasce in posti, come quello dove son nato io, in cui si viene alla luce, si va a scuola, si cresce e si emigra: è una tappa della vita, un dato ineluttabile. Eravamo quattro sezioni alle medie, fate voi il conto. In paese, di nati nel mio stesso anno, sono rimasti in un numero che si riesce a contare sulle dita di un paio di mani.

Ma è così, no? E non è responsabilità di nessuno, giusto? Eppure.

Eppure penso agli occhi tristi di chi rimane e deve guardare andar via i figli dopo aver visto partire i padri, penso a chi resta a misurare a passi lenti le strade che si svuotano, penso a chi continua a interrogarsi se davvero questa è l’unica sorte possibile per le loro esistenze.

Penso ad autobus che risalgono la Penisola e alle loro insegne in cui c’è scritto Milano, Torino, ma anche, semplicemente, Svizzera, Lussemburgo. Penso a chi cantò “delle città, di genti emigrate a Gorgonzola oppure a Vimercate” e di un “figlio in Germania, la miniera, il carbone, a Natale verrà”.

E penso che cambierà poco, anche se a dirigere il tutto c’è chi parla solo di cambiamento, ma vuole praticarlo con chi i solchi in cui si riversano quei rivoli migranti ha scavato, dando pure le pendenze giuste per evitare di dover confrontarsi con la possibilità che qualcuno potesse metterlo in discussione.

Un po’ triste? Beh, sì. Voi non lo sareste nel sapere che la terra in cui siete nati continua a essere quel luogo in cui ancora valgono le parole del sindaco di Moliterno, Vincenzo Valinoti Latorraca, che, nel 1901, accogliendo in visita l’allora presidente del Consiglio Giuseppe Zanardelli, disse: “La salutiamo in nome dei nostri ottomila concittadini, metà dei quali sono già in America, e gli altri stanno per seguirli”.

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