La fiducia sulla fiducia rischia di sfiduciare

“Legge delega” vuol dire, in sostanza, che il Parlamento delega, appunto, il Governo a fare, su suo mandato, una serie di cose e ad assumere il necessario numero di atti o provvedimenti per realizzare un progetto normativo definito e determinato. Chiaramente, in quel caso, il potere legislativo affida a quello esecutivo parte delle sue prerogative, avendo in esso fiducia. Fin qui, la regola.

Porre, quindi, la questione di fiducia su una legge delega, dal punto di vista logico, appare un non-senso: se già l’una è fiduciaria, perché chiedere anche la fiducia? Dal punto di vista politico, invece, è più di una semplice ridondanza. Perché, per cedere il suo potere al Governo, si presuppone che il Legislatore abbia potuto e avuto modo di approfondire le questioni oggetto di delega. Se si pone la questione di fiducia, invece, questo approfondimento manca. Se poi ciò avviene su un testo già poco dettagliato, come quello sulla riforma del lavoro, oggetto oggi di tale richiesta, il problema, se possibile, si ingigantisce.

Eppure, di queste sottigliezze e inutili perdite di tempo, ovviamente, chi governa non ha tempo di discutere e quindi, pone la questione di fiducia sulla fiducia che chiede quale delegato. Rischiando di sfiduciare.

No, non è un gioco di parole. Il Governo non rischia (o rischia molto poco, almeno) di essere sfiduciato. Ma di sfiduciare, di produrre un effetto sfiducia generalizzato, sì, e nei confronti dell’intero sistema della democrazia rappresentativa e parlamentare.

Cosa dice, infatti, Renzi al Parlamento? Votate questo testo, senza discutere, e fate in fretta, altrimenti si va tutti via. E cosa dice ai sindacati, ai quali offre appena un’ora del suo tempo? Così è, se vi piace, e se non vi piace, ce ne faremo una ragione. E cosa dice a quelli che da quelle organizzazioni sindacali o da quelle Camere dovrebbero essere rappresentati? Che le une e le altre sono perfettamente inutili.

Cioè, Renzi dice: basto io. Confondendo, con buona pace di Montesquieu, le proprie competenze esecutive anche con quelle legislative (e chissà che fine faranno le giudiziarie), il Governo e il suo capo si pongono direttamente come unici interlocutori immediati, che non han bisogno di mediazioni, nei confronti dei cittadini, ai quali non rimane altra scelta che affidarsi alle loro capacità e qualità (taumaturgiche?).

Di contro, smobilitando e annullando nei fatti la funzione di rappresentanza delle organizzazioni e dei corpi intermedi, dei sindacati e dei partiti e fino a quelle dello stesso Parlamento (siamo ancora in una democrazia parlamentare?), a quegli stessi cittadini dice che non hanno più rappresentanti capaci di poter far valere e portare all’attenzione del discorso politico le proprie rivendicazioni, esclusi il Governo e chi lo incarna.

Qui, però, nasce un problema. La democrazia parlamentare rappresenta le ragioni della maggioranza, di quelli che sono d’accordo con l’azione dell’Esecutivo, ma pure quelle della minoranza, o semplicemente di chi la pensa diversamente. Se quella funzione della rappresentanza viene resa impossibile, allora quelli che non sono contenuti all’interno del perimetro della maggioranza non hanno più possibilità di far valere le proprie opinioni, e nemmeno di sperare che queste vengano portate in discussione, dato che dove si decide conta solo la forza dei numeri. Da lì a perdere la fiducia nel sistema parlamentare, il passo è breve.

Ieri sera, in un incontro in cui si discuteva proprio di quella riforma del lavoro, una signora ha chiesto: “ma siete proprio sicuri che, in questo clima di tensione crescente, la via giusta alla soluzione dei problemi passi attraverso il mettere tutti gli uni contro gli altri?”. Già, perché le scelte che vengono fatte su quei temi, non sono neutrali o sterili: guardano a una parte e sono sempre gravide di conseguenze. Si possono prendere ignorando le ragioni delle parti a cui non guardano e che, magari, dovranno subirne le conseguenze? Si può farlo continuando a ignorare che a quelle stesse parti viene preclusa, in concreto, ogni possibilità di essere rappresentate?

È una china pericolosa quella su cui ci si sta inoltrando. Perché se la funzione di rappresentanza e mediazione propria dei parlamenti e dei corpi sociali intermedi viene costantemente delegittimata e svalutata, il rischio è che quella non venga più intesa e percepita come la via utile per giungere alla composizione dei conflitti. Non vorrei mai dovessimo essere costretti a scoprire che qualcuno, sfiduciato, tenti di percorrere percorsi autonomi per porre in atto quel “cambiamento violento” superficialmente e irresponsabilmente evocato.

Questa voce è stata pubblicata in libertà di espressione, politica e contrassegnata con , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

1 risposta a La fiducia sulla fiducia rischia di sfiduciare

  1. Pingback: Ancora sulla fiducia alla terza potenza | [ciwati]

Lascia un commento