Aspettando lo sciopero Rai. Con i popcorn

Se il taglio di 150 milioni al bilancio della Rai, che si sommano ai 500 di mancati introiti da evasione del canone, l’avesse fatto Berlusconi, il Pd sarebbe in piazza. Adesso che lo decide Renzi, i democratici non fanno una piega, e Brunetta gongola. Già, perché, alla fine di tutte le considerazioni possibili, sempre di un regalo a Mediaset si tratta, visto che comunque si colpisce l’unica concorrente diretta che le reti del biscione hanno in chiaro.

Inoltre, queste riduzioni si scaricheranno sui livelli occupazionali, e a pagare non saranno le grandi firme da milioni di euro a serata, che dipendenti non sono, ma i lavoratori con un contratto diretto con l’azienda, e fra loro, e per primi, i precari. Fanno dunque bene e hanno ragione i giornalisti e i tecnici Rai a protestare e a scioperare.

Detto questo, io quello sciopero lo attendo. E me lo godrò tutto, se davvero dovessero farlo (cosa di cui dubito, visto anche il parere di illegittimità espresso oggi dalla Commissione di Garanzia sugli scioperi nei servizi pubblici essenziali), come un qualsiasi spettacolo in onda su quelle reti, comodamente in poltrona e, se mi riesce, con tanto di birra e popcorn.

Perché dico questo? Sono diventato cinico? Voglio la fine della televisione pubblica? Per carità, nemmeno per sogno. Ma mi godrei comunque lo spettacolo. Lo spettacolo di guardare chi in questi anni non ha fatto nulla per denunciare il malcostume che allignava nelle sedi della maggiore industria culturale del Paese, di chi ha taciuto quando è stato costretto a leggere le veline, intese in senso giornalistico, passategli da potenti e capipartito, di chi nulla ha detto quando delle veline, da intendersi qui come giovani soubrette, venivano piazzate nei vari programmi di intrattenimento direttamente da ministri e onorevoli, quasi fossero merce di scambio fra il potere politico e quello mediatico.

E poi, è curioso immaginare che possano ribellarsi contro un decreto del Governo gli stessi che ogni giorno si dedicano, con passione e abnegazione, all’agiografia dei governanti.

Signori giornalisti (direi colleghi, se ancora significasse qualcosa), ma dov’eravate? Dov’eravate quando la Rai diventava quello che è oggi? Dov’eravate quando le tre reti e tutto l’ambaradan di canali in digitale si lanciavano nella corsa all’inseguimento a ribasso della concorrenza sul terreno dell’annullamento della qualità? Dov’eravate quando i partiti decidevano i direttori dei tg, i capiredattori delle testate locali, e persino le annunciatrici o i cameramen?

Ora si scopre che le sedi regionali sono un presidio di informazione sul territorio. Che è vero, ma solo in linea di principio. Perché non ho mai sentito un servizio, uno solo, denunciare quello che avveniva nei sistemi di potere locali prima che fosse la magistratura a intervenire. Come se quelle informazioni fossero precluse ai giornalisti locali del servizio pubblico, pure quando la stampa sui territori denunciava da tempo storture o abusi, le Rai regionali mai hanno detto qualcosa, sempre tenendo un profilo istituzionale e un silenzio governativo, pronto a ricercare consensi e ascolti fra fiere e sagre.

Oggi, finalmente, si riscopre l’autonomia e la funzione anche di critica e denuncia del mestiere di giornalista. Bene, sono contento, e lo dico senza ironie. E ne sono felice pure se per farli muovere è servito che qualcuno li colpisse nel vivo delle sostanze economiche. Se davvero faranno lo sciopero che dicono, mi gusterò lo spettacolo. Se continueranno la lotta per l’indipendenza e contro la logica ragionieristica applicata all’informazione pubblica, che poi serve solo a favorire la concorrenza privata, sarò con loro. E se tutto questo sarà il segno di una nuova ripartenza, una sorta di primavera della Rai, vorrà dire che qualcosa di buono sarà nato da una decisione sbagliata, come è appunto quella del Governo.

Ma se così non sarà, se il tutto rientrerà in un nulla di fatto e se la battaglia per la dignità del lavoro d’informazione si ridurrà alla tutela di qualche piccolo interesse locale o di bottega, continuerò a stare sul divano, aspettando la fine, per malattia autoimmune, del servizio pubblico televisivo.

E dopo? Beh, non saprei dire. Certo, la tentazione di accogliere, magari offendo un caffè, qualche giornalista che una volta fu della Rai con un sorriso beffardo e uno sguardo un po’ malinconico, tipo il tassista ex operaio che si vede salire in macchina l’ex impiegata Effe, è tanta.

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