Leggendo alla luce d’un libro che brucia

Se quel tale che ha bruciato il libro di Augias fosse stato un grillino fedele in tutto e per tutto allo stereotipo che di loro si vuole vendere e vedere a tutti i costi, avrebbe premuto il tasto destro del suo mouse, selezionato “elimina”, il pc avrebbe chiesto “eliminare in modo definitivo il file?” e al clic sul “sì” l’e-book sarebbe sparito nel nulla, al massimo con quel rumore di foglio che si accartoccia, che un po’ ricorda il crepitare d’un focolare.

Invece, in un camino reale, lui ha voluto bruciare un libro vero. Un gesto dalla simbologia forte, che certamente evoca immagini già note. Molti ci hanno visto il riferimento alle dittature oscure e feroci, dimenticando che anche nelle democrazie, o sedicenti tali, la demonizzazione della cultura oppositiva rispetto alla maggioranza, o che semplicemente si pone al di fuori di un prestabilito solco “normalizzato”, è prassi tollerata e comune. Mi viene in mente, ad esempio, la sorte dei libri di Toni Negri (Crisi dello Stato-piano, Partito operaio contro il lavoro, Proletari e Stato, Per la critica della costituzione materiale, Il dominio e il sabotaggio), finiti al macero dopo l’arresto dell’autore in conseguenza di quello che venne chiamato il “teorema del giudice Calogero”, cioè il collegamento diretto fra i suoi scritti e la deriva terroristica dei movimenti di protesta negli anni ’70. Ma anche, in momenti più tranquilli di quelli di allora, l’azione di boicottaggio dei libri di Erri De Luca, promossa lo scorso anno (con scarso esito, in verità) da un parlamentare che riteneva lo scrittore un “cattivo maestro” per il suo appoggio alle ragioni dei “No Tav”.

Il rogo di un libro, non è sempre cupamente dittatoriale. Di certo è il segno dell’insofferenza verso le opinioni diverse. A volte, la voglia di non dover ragionare sulla complessità, o di voler che non lo facciano gli altri, onde evitare che possano così maturare pensieri originali e autonomi. Un po’ come nel famoso romanzo di Ray Bradbury.

E non si vuole in nessun modo qui condividere o giustificare quel gesto, ma nemmeno è possibile condannarlo rifacendosi semplicemente alla constatazione della necessaria libertà di opinione e del rispetto dovuto alle idee altrui: non tutto ciò che è scritto (e non è il caso del libro di Augias) deve per forza non essere criticato o cancellato, altrimenti dovremmo tenerci anche i commenti sui social network che ogn’ora vomitano folle di individui meschini.

Dire che a nessun libro dev’essere impedita la pubblicazione, significherebbe dire che era liberticida, nel marzo 2012, la Corte bavarese che nella democraticissima Germania confermò il divieto di pubblicare, anche solo per estratti, il Mein Kampf di Adolf Hitler. Quindi, sgombrato il campo dalle banalizzazioni del concetto di relativismo culturale (non hanno tutti ragione solo perché a tutti è concesso di esprimersi, e non tutto si può dire invocando la libertà di espressione, senza ricordarsi delle libertà e dei diritti altrui) e sgombrando il mio ragionamento da ogni giudizio di valore sul gesto, dico che quello, il gesto, in sé non è un crimine contro la libertà di espressione, per quanto mai io l’avrei fatto, men che meno con un libro di Augias (che ciò sia un complimento per l’autore o meno, lascio agli altri giudicarlo).

Ma al di là del giudizio sul fatto, bisogna cercare di leggere la realtà che quel rogo illumina. E per farlo, è necessario andare alle motivazioni, ai sentimenti che il simbolismo di quell’atto ha voluto suscitare. In questo, ci viene in aiuto lo stesso autore. Egli (come riporta il sito Giornalettismo, che, meritoriamente, lo fa in modo asettico e senza commenti)

rimprovera ad Augias una sorta di tradimento, perciò brucia il suo libro. Non lo fa, come i nazisti nei loro Bücherverbrennungen, perché altri non leggano quelle parole, ma perché non le vuole leggere più lui. Esprime più dolore che rabbia, anche se gli effetti di questo sono rabbiosi e urlati.

E in cosa si sente tradito? Nell’idea che aveva della cultura, nel suo pensare che questa dovesse essere al servizio degli altri, di tutti, non solo dei colti. Sente che gli intellettuali, molti intellettuali, hanno mancato ad una promessa: quella di contribuire al bene collettivo, e quindi anche al suo. Certo, è una promessa che loro non gli avevano fatto, ma che lui, leggendoli, gli aveva attribuito.

Ne scrissi un anno fa (in Politicamente scorretta e basica analisi di un’antropologia inacidita, che qui cito solo per non ripetermi), ma alcuni dei fenomeni che registravo allora oggi sono anche più chiari.

Perché se realmente, come ripetono in tanti, è in corso un attacco alle istituzioni e alla cultura democratica e liberale, come mai i cittadini non sono in piazza contro i nuovi barbari, i nuovi usurpatori, i nuovi fascisti? Perché in opposizione a Berlusconi si mobilitò un mondo intero di associazioni e comitati, mentre ora quasi nessuna piazza si riempie contro il pericolo dittatoriale che giornali, politici e intellettuali denunciano?

Le piazze Viola dove sono? I girotondini? L’unica eccezione, e non è un’eccezione da poco, s’intenda, si è avuta per le derive sessiste e misogine degli ultimi giorni, tanto incredibilmente tristi e totalmente barbariche e volgari da essere indifendibili anche da più strenui sostenitori dei loro autori.

Ma per il resto? Abbiamo visto i deputati del Pd cantavano Bella ciao contro quelli che definivano “fascisti” perché occupavano l’Aula, mentre loro approvavano un provvedimento del Governo che metteva insieme Imu e Bankitalia e ponendo, cosa mai accaduta alla Camera dalla nascita della Repubblica, in votazione un decreto prima che il dibattito fosse concluso, al fine di evitarne il decadimento per decorrenza senza esito dei termini di conversione in legge.

Mi chiedo, allora: “ma come, i fascisti occupano il Parlamento e il popolo non si muove? La cittadinanza non difende la democrazia? Gli elettori non si schierano con quelle forze politiche che rappresentano il loro diritto di esprimersi? E, soprattutto, la sinistra diffusa, quella che in 27 milioni e appena due anni e mezzo fa, per esempio, si mosse per dire ‘sì’ all’acqua bene comune, ‘no’ al nucleare e ‘no’ alle leggi in grado di rendere i potenti più uguali degli altri davanti alla legge, oggi, che a rischio è la democrazia stessa e sotto attacco le forze riformiste e progressiste, tace? E come è possibile che avvenga ciò? Per quale motivo quelle istituzioni non vengono difese? Come mai non vengono difese quelle forze democratiche, ancor più se riformiste e progressiste? Perché quel popolo tradisce nella sua promessa di difesa del sistema?”.

Perché è stato tradito dalle loro promesse. La democrazia, come ogni passione forte, spesso promette più di quanto riesce a mantenere. La promessa della democrazia era che ognuno contasse attraverso il meccanismo della rappresentanza. La promessa era che col proprio voto si potesse scegliere quale indirizzo dare a chi governa e alla politica. La promessa era che a tutti fossero date le possibilità di progresso nella scala sociale. Ma se il meccanismo della rappresentanza si blocca, perché il potere di scelta dell’elettore s’assottiglia ogni giorno di più, se la scelta sull’indirizzo politico è preclusa, perché non ci sono alternative alle politiche messe in atto da quelli che hanno il compito di decidere, se l’ascensore sociale si ferma, perché chi ha di più se lo tiene “e chi ha di meno s’arrangi”, allora perché quel popolo dovrebbe rispettare la propria promessa. Di più, perché non dovrebbe augurarsi che il sistema che lo spinge ai bordi e ai margini vada in malora.

Se la democrazia diventa il sistema che fissa il tutto nei rapporti di forza che ci sono, ancor più quando le forze riformiste e progressiste si fanno interpreti del conservatorismo, scambiando il congelamento dello status quo con la stabilità, accade che chi in quella condizione sta bene applaude e condivide. Ma chi sta male? Chi sta male, allora, può farsi incantare dalle note della reazione. Perché crede a tutte le parole di quel canto? No, nient’affatto. Perché vuole, o spera, che anche gli altri stiamo un po’ più male. Se non ho speranza di contare qualcosa, se non posso decidere nulla, se non ho possibilità di risalire la scala sociale, allora l’unico desiderio che mi resta è cercare di realizzare sul gradino più basso di quella scala quell’uguaglianza, quel potere decisionale e quel contarmi come parte di un tutto che mi viene negato altrove. Anzi, di provare a realizzarlo per terra, nella polvere, lì dove il Caino di Baudelaire voleva sbattere dio per concludere la sua rivolta.

Le statistiche, da troppo tempo, ci dicono che la classe media non va più in paradiso. Di che stupirsi, dunque, se quella paura dell’inferno essa voglia farla provare anche a quelli che incarnano il blocco che impedisce la sua scalata al cielo. O che di quello si fanno interpreti e tutori.

Se il sistema è percepito come il blocco che mi fa stare male, chi difende il sistema sta dalla parte di chi mi fa stare male. È una semplificazione, certo, ma se il blocco persiste, è una semplificazione che funziona. E allora, o dalla mia parte o dalla parte del sistema: non ci sono alternative. Non c’entra affatto se quel sistema si chiama democrazia, dittatura o “vario ed eventuale”: se in quello sto male, quello è contro di me.

E quindi, se Augias difende il sistema, comunque lui lo chiami, anche lui è contro di me, anche lui contribuisce ad impedirmi l’accesso al paradiso, anche lui è complice del mio inferno. Che brucino i suoi libri, dunque, visto che tradisce me che li leggo schierandosi con chi è contro di me.

Il problema è direttamente proporzionale al numero di quelli che fanno questo discorso, di quelli che sono o si sentono esclusi, di quelli che stanno male. Certo, è possibile ignorarli, condannarli senza appello o diritto di replica, banalizzarli. Si può fare. Oppure, si possono ascoltare le ragioni della loro rabbia, che brucia, come quel libro nel camino. E si può, si dovrebbe, cercare di leggere alla luce di quel rogo la realtà che quello che illumina, anche se non ci piace e non è come vorremmo che fosse, come ci piacerebbe che fosse, come ci conviene immaginare che sia.

Ovviamente, si può anche aspettare e sperare che quelle fiamme si spengano. Tanto, piove. E non solo sulle tamerici salmastre ed aspre.

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