Politicamente scorretta e basica analisi di un’antropologia inacidita

Perché desta in me preoccupazione il risultato elettorale? Non certamente perché la coalizione che ho votato non ha pienamente vinto le elezioni. D’altronde, poche volte è successo e quasi sempre con diversi “ma” e troppi “però”. Non sono preoccupato nemmeno perché il Parlamento sembra attualmente ingovernabile. Quelle due Camere sono come i cittadini le hanno volute.

Prendete dieci persone in un tram. Tre diranno che “fanno tutti schifo e sono tutti uguali”. Tre diranno che “sì, i politici sono tutti uguali, ma se mi abbassano le tasse e mi tolgono tutte quelle regole che non servono a nulla e mi legano, a me basta: nella loro vita privata, facciano pure quello che vogliono”. Tre diranno che “non sono tutti uguali, alcuni sono diversi, certo ci vogliono tante cose ma senza perdere il quadro generale della visione del mondo che deve essere, e poi è importante includere, essere equi, ma anche giusti e dare a tutti secondo il merito, ma non condannare alla marginalizzazione chi non ce la fa e tante altre cose che è difficile affrontare fra una fermata e l’altra del tram”. Uno comprenderà le ragioni dei primi, condividerà alcuni punti dei secondi e alcuni temi dei terzi, ma ritenendo che la soluzione sia nel praticare un giusto equilibrio fra tutti questi e costruire quindi una via mediana verso la soluzione. Poi, a votare ci vanno loro, ed il risultato è quello che abbiamo. Ma tutto questo non mi impedisce di dormire.

E allora cos’è che mi preoccupa? Il trionfo del rancore e la sua elezione a sentimento principe della politica. No, non il rancore artato che alcuni hanno sventolato per fini elettorali in questa competizione; quello reale che ho colto nei voti stentoreamente dati a chi si riprometteva come unica e principale missione quella di far saltare tutto il sistema.

Perché se, dal mio punto di vista, è preoccupante la gestione che del rancore nutrito dai molti è stata fatta da Grillo, portando quel sentimento verso conclusioni che, sinceramente, mi spaventano, è però innegabile che quel sentimento ci sia.

Ed è innegabile che ci siano mille e mille ragioni per cui quel sentimento esista. Ad essere punita dagli elettori è stata una visione totalmente tesa alla conservazione dello schema principale del sistema: quello che ha determinato l’instaurarsi dei rapporti di forza attuali.

Come arrivo a questa conclusione? Non sono un antropologo, né un sociologo: quindi su cosa baso la mia analisi? Beh, non sono tutte quelle cose, ma sono figlio di una tradizione contadina che spesso le cose non le sapeva, le sentiva. E spesso quel sentire non era così errato.

Facciamo un esempio. Supponiamo che io sia un ragazzo che si è laureato a 23 anni con il massimo dei voti, che ha un master, magari anche un’abilitazione ad una qualche professione, e che per vivere deve rispondere ad un telefono per qualche euro all’ora. Mi avevano promesso che il sistema meritocratico m’avrebbe garantito proprio grazie alle mie competenze, e invece mi hanno chiesto d’aprire una partita Iva per lavorare per uno che mi fa fare le fotocopie. Mi avevano garantito che la deregolamentazione del mercato del lavoro serviva a farmi assumere più velocemente e farmi guadagnare di più, e mi ritrovo disoccupato da un anno in attesa di trovare un lavoro a 600 euro al mese.

Come credete che mi senta? La stessa logica che mi ha messo all’angolo, però, mentre io m’impoverivo, consentiva ad altri di accumulare ricchezze immense, di ricoprire incarichi importanti, di accumulare prestigio e rispetto sociale. La medesima teoria evolutiva spiegava che in quel mondo della competizione solo i migliori riuscivano, e che quindi il merito era il fondamento del successo, aggiungendo al danno del mio insuccesso anche la beffa della mia condanna. Il competitivismo assoluto e totale è stato il verbo del pensiero unico, la meritocrazia la regola dell’assegnazione delle patenti ai sommersi ed ai salvati, i vincenti bravi per virtù ed i perdenti tali per colpe loro. La vita intera come un club esclusivo e la politica una tecnica non più mirata all’inclusione, ma alla celebrazione della bravura.

Come credete che mi senta? Il sistema m’ha spinto ai margini. Poi ci sono le elezioni, ed uno mi promette di far saltare il sistema. Non so dove condurrà la nave, e nemmeno me ne importa. Ma se in questo sistema ho sempre perso e nessuno s’è preoccupato di me, perché io dovrei preoccuparmi del sistema? Si fotta il sistema, come lui ha fottuto me.

Come credete che voterei se fossi quel ragazzo? Come credete che voterei se fossi il padre di quel ragazzo? Se ne fossi il nonno? Il fratello? La compagna? Se di quel ragazzo fossi la madre?

Certo, quelle liste sono state votate e sostenute anche da altri mossi da sentimenti diversi e da differenti aspirazioni. Ma davvero si riempiono le piazze parlando di webdemocracy, di superamento della civiltà del petrolio, di smaterializzazione e digitalizzazione della documentazione nei pubblici uffici? Non credo, e nella misura delle dimensioni di quelle piazze potremmo misurare i termini delle questioni che abbiamo ignorato.

Il sentimento principale che animava chi ha riempito quegli spazi era: “via tutti”. Via il sistema che fa sì che colleghi di lavoro abbiano diritti e garanzie diverse in base all’anno di assunzione; via il sistema che precarizza l’insegnante mentre il ministro si bea nella sua strapagata non conoscenza della materia; via il sistema dove il senatore a vita divenuto capo del governo per selezione “intuitu personae” spiega come il merito sia fondamentale e il posto fisso una meta non più raggiungibile, e forse anche un po’ noiosa; via il sistema dove il ministro del lavoro, tale per selezione simile a quella del suo capo di governo, parla della schizzinosità dei giovani perpetuando la sicurezza della famiglia, la propria, come valore fondamentale; via il sistema dove la competenza, la formazione sufficiente a guidare un centro spaziale non vale nemmeno per lavorare come spazzino, mentre l’incompetenza e l’ignoranza più bieca diventa merito da sbattere in faccia alla fortuna per i risultati pubblici e privati raggiunti.

Invidia? Non banalizziamo. Diciamo più rivendicazione. E perché questo sentimento ha colpito indistintamente destra e sinistra, chi ha governato e chi si è opposto? Perché si pecca in opere, ma pure in omissioni. Perché se la destra liberista ha vagheggiato il modello thatcheriano in cui non esiste la società ma solo individui in perenne lotta per la loro affermazione, la sinistra ha smesso di parlare ai cuori dei cittadini e del cuore dei problemi, ha smesso di tendere all’inclusione, all’uguaglianza, a tutto ciò che ne aveva costituito la ragion d’essere. Per certa sinistra, il riconoscimento del risultato individuale è stato un parametro sufficiente per la santificazione del processo di avvicinamento a quello stesso risultato. E rincorrendo i vincenti del modello vincente, si son persi tutti gli altri. Si sono traditi i sogni e le aspettative di chi non voleva essere primo, non voleva vincere, ma voleva, si aspettava che nel sistema falsamente competitivo qualcuno s’occupasse di lui, qualcuno cercasse di difenderlo, qualcuno s’ergesse a sua tutela sul principio che parlar di merito senza porre le basi dell’uguaglianza è uno sport buono solo per chi ha il culo al caldo delle sue ricchezze ed il cuore al freddo d’un ragionamento senz’anima.

Sì, lo so, “nessuno rimane indietro” era lo slogan di Bersani e Vendola ha parlato solo di uguaglianza ed inclusione sociale. Ed i trent’anni precedenti? L’inseguimento del liberismo sul suo stesso terreno, dal blairismo d’assalto ai pacchetti Treu fino alle proposte di Ichino sul mercato del lavoro?

Il guanto della contesa non è quindi quello di scoprire chi è più bravo a sollecitare il rancore esistente e portarlo dalla propria parte, ma quello del come si fa a togliere le ragioni a quel sentimento, come si bonifica quella palude, come si prosciuga il pantano in cui s’affondano i passi dei tanti che non riescono a correre come gli altri solo perché costretti su terreni diversi.

Chi dovrà raccogliere quel guanto e accettare il cimento, ovviamente, è chi dell’uguaglianza faceva la sua bandiera, del cambiamento della società il suo sogno, della felicità collettiva la sua ragione d’essere. C’è ancora un soggetto politico così?

La sfida è ricostruirlo partendo da quanto ne è rimasto; il pericolo è la barbarie delle relazioni, la violenza dei rapporti, l’immiserimento e la scomparsa del senso ultimo dell’esser società.

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