Un voto per riprenderci il diritto al futuro

Non saremo chiamati semplicemente a scegliere il Parlamento italiano per i prossimi cinque anni. Non ci recheremo alle urne solamente per decidere quali saranno le forze politiche che guideranno il Paese. Non voteremo, il prossimo 24 e 25 febbraio, unicamente per indicare chi dovrà formare il nuovo Consiglio dei ministri.

L’appuntamento non sarà esclusivamente elettorale ma un passaggio importante della nostra storia, l’occasione di riprenderci tutti i temi e le forme del discorso politico, il punto da cui potremo ripartire a parlare di lavoro, diritti, progresso, scuola, cultura, ambiente, dando a queste parole il peso che meritano. Sarà la volta in cui potremo riappropriarci delle molteplici possibilità di coniugazione dei nostri verbi, ritornare a parlare di futuro come luogo della speranza, senza nascondere il nostro passato e gli ideali che lì si sono formati.

Nell’incredibile trentennio che abbiamo vissuto, le parole della politica sono state cannibalizzate da un discorso monocorde che verteva su tempi tutti ripiegati esclusivamente sul presente. Come se non si dovesse fare i conti col domani, come se non ci fossero state le ragioni dell’ieri. Passato è divenuta parola espunta dal linguaggio politico, quasi fosse il marchio dell’infamia. Il nuovo è stato tale per autodefinizione, ed avere una storia da raccontare il sintomo più visibile dell’impossibilità d’essere in grado d’affrontare i temi dell’attualità. Tutto quello che era nato nel passato era da buttare con il senso stesso della storia, anche se in quel passato ed in quella storia affondavano le radici concetti come libertà, uguaglianza, fraternità. Troppo presto dimenticati anch’essi, o ridotti a slogan vuoti, buoni per il marketing di qualsiasi progetto.

E futuro, la parola che più d’ogni altra dovrebbe connettere l’ideale umano  alla sua rappresentazione nel senso del tempo, che dovrebbe proiettare quello che si fa ora nei giorni che saranno dopo, è stato il concetto più dissacrato e ridotto alla sterilità da un’azione politica votata alla creazione del limite della paura per spingerci nella contemplazione inutile delle nostre solitudini.

Tutte le azioni politiche degli ultimi anni sono andate in questo senso. Prendiamo l’attacco alla scuola condotto dai governi di centro destra. Non è stato solo un taglio di risorse: è stato un taglio al concetto stesso di “domani”, l’effetto concreto dell’idea che si potesse perseguire una logica in cui la scuola servisse a creare prodotti finiti per il mercato, non cittadini per il Paese. Abbassare l’età dell’obbligo scolastico, ridurre le ore di insegnamento delle materie non ritenute utili alla produzione, ridurre i finanziamenti alle scuole pubbliche per limitare le possibilità d’accesso all’istruzione, discutere dell’etnia degli studenti e della provenienza degli insegnanti invece che dei programmi e degli obiettivi, smantellare, ancor prima nell’immaginario che nella realtà, la dignità di tutto ciò che fosse “pubblico servizio”, del ruolo della scuola, del lavoro degli educatori. Un taglio, appunto; come se si potesse accettare un taglio al futuro.

Le politiche sull’occupazione e sul lavoro sono andate nella stessa direzione. Superfetazione di tipologie contrattuali, abolizione progressiva di quanto potesse dare anche solo la speranza di un lavoro che durasse più del tempo necessario a capire d’averne trovato uno, denigrazione dei sindacati, dei lavoratori, di tutti coloro che tentavano ancora di resistere alla vandea liberista e distruttrice.

E potrei continuare: dall’attacco al decoro ed alla rispettabilità delle istituzioni, viste come vecchio rudere d’un passato misero da occupare con qualche boiardo fedele o silente ancella, a quello ai principi culturali e fondativi su cui si regge lo Stato; dalla continua persecuzione della libertà dei diritti individuali, da quello di vivere la propria sessualità come si crede a quello di decidere quale sia il limite personale di sopportazione del dolore nella malattia terminale, passando per la violenta, offensiva, invereconda profanazione della dignità femminile fino ad arrivare alla considerazione dell’altro, dello straniero, dell’ultimo come minaccia degli equilibri costituiti ed elemento di disturbo per il racconto vano e fantastico fatto di cieli azzurri e soli splendenti.

Trent’anni di tutto questo. Mentre ogni giorno si perpetuava la tragedia di un’Italia che si impoveriva, di un Paese che non riusciva più a determinare una prospettiva per i suoi abitanti, di una società che aveva condannato senza appello i valori del proprio passato e si condannava alla chiusura di tutte le sue prospettive di futuro.

Trent’anni di tutto questo. Mentre cresceva l’odio incanalato ad arte da tribuni improvvisati che, unendo al comprensibile disgusto per gli eccessi di chi nei suoi palazzi si riteneva intoccabile a qualche idea o spot utili a distrarre, costruivano sulle macerie collettive le loro sempre maggiori fortune personali.

Trent’anni di tutto questo. Mentre quotidianamente si consumava l’attacco ad ogni realtà che avesse anche solo la sembianza di corpo sociale organizzato, dai partiti visti come casta ai sindacati descritti come difensori dei parassiti, a tutte le istituzioni e gli strumenti della democrazia, dal parlamento alla stampa, dalla magistratura alla scuola pubblica e libera.

Ed ora? Guardatevi intorno. Considerate le macerie lasciate dall’individualismo eretto a modello unico di relazione sociale, dalla rassegnazione divenuta cifra del discorso comune sull’inutilità della politica, dalla solitudine fattasi specchio e simbolo dell’immiserimento della qualità delle relazioni.

Per tutto questo saremo chiamati a votare domenica e lunedì prossimi. Per continuare ad illuderci al canto dei pifferai, per nutrire ancora l’odio disfattista delle individualità rancorose, oppure per provare a cambiare l’Italia, a renderla migliore e più giusta, a farne un Paese in cui nessuno rimane indietro, che sappia tenere, nella pratica del governo dell’oggi, la grande eredità dei valori e delle idee dell’ieri e la insopprimibile necessità dei sogni e delle aspettative per il domani.

Votare per la coalizione “Italia Bene Comune”, votare per il Partito Democratico e per l’alleanza dei democratici e dei progressisti, votare per Pierluigi Bersani è votare per dare a questa Nazione un avvenire diverso, un nuovo inizio, una ripartenza.

Un voto al centrosinistra è un voto per riprenderci il diritto al futuro.

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