L’onda della tragedia e il riflusso nella normalità

La Stampa, con un bel reportage pubblicato oggi, ci fa sapere che a Prato, dopo i fatti del primo dicembre scorso, quel tremendo rogo in cui morirono sette lavoratori, le cose sono tornate alla normalità. Quella normalità fatta di condizioni da schiavitù, con 18 ore di lavoro giornaliero per sei/settecento euro al mese. Dopo il clamore mediatico, le promesse del “mai più”, ritorna quindi il silenzio, appena interrotto dal ronzio delle macchine per cucire. Un silenzio così forte che rischia di coprire pure il senso delle cose e che giunge tanto velocemente da togliere il tempo all’analisi, purtroppo per i morti e per i vivi di quei magazzini lager, ma per fortuna per chi su quelli, magazzini, vivi e morti, ci costruisce ricchezze e fortune.

Nel 2010, in un lungo articolo dal titolo che lasciava poco spazio all’interpretazione, Chinese Remake the ‘Made in Italy’ Fashion Label, il New York Times si chiedeva come avessero fatto i figli della terra dei dragoni a impadronirsi di un intero pezzo del settore produttivo legato alla moda. Che poi, è un po’ quello che tutti da tempo ci chiediamo, quando cerchiamo di spiegarci come i cinesi, e tutti gli altri immigrati, siano stati capaci di sostituirci nei settori di produzione, quelli a minor contenuto tecnico, certo, ma ora, e sempre di più, anche in quelli di maggior pregio.

Bene, il NYT si chiedeva come avessero fatto i cinesi a rubarci quella che più di tutte le altre apparire agli occhi del mondo la nostra specificità, il vero miracolo italiano, e se lo domandava proprio partendo da quello che accadeva a Prato. Noi ora, partendo da quello che è accaduto a Prato, con la tragedia e con la normalità, possiamo rispondere: morendo. Bruciati e asfissiati, come morirono tanti nostri connazionali in altre stagioni, per costruire le basi di quel miracolo economico di cui spesso ci vantiamo e molto prima che questo si concretizzasse. Come le giovani donne italiane asfissiate in una fabbrica tessile newyorkese all’inizio del secolo scorso, come i giovani uomini bruciati vivi nelle viscere d’una miniera belga quasi mezzo secolo dopo.

I morti di ieri, come quelli di oggi. Anche i morti di Prato erano emigrati, come quelli che lì son sopravvissuti ed ora han ripreso ad essere schiavi come se nulla fosse accaduto, e da un Paese che cresce a ritmi da “boom economico”. Anche loro sono emigrati “per far grande” la loro Patria, contribuendo, andandosene, ad alleviare le tensioni e le concorrenze interne. Anche loro sono emigrati, e pure loro sono morti, e rischiano di nuovo di morire, non per il mancato rispetto delle norme di sicurezza, non per l’affollamento nei locali di vita e di lavoro (spesso gli stessi), non per l’assenza di vie di fuga; ad ucciderli materialmente son state tutte quelle cose insieme, ma sono morti, e rischiano di nuovo di morire, perché le loro vite valevano e valgono meno dei prodotti che realizzavano e che realizzano. Come la vita degli operai di Marcinelle valeva meno del carbone estratto dal Bois du Cazier, come la vita delle operaie della Triangle valeva meno delle shirtwaist all’epoca così di moda. Tutto qui.

Ecco “come hanno fatto i cinesi”, ecco come fa tutto quel pezzo di mondo che “ce la fa” a vincere la gara della competitività a ribasso: abbassando, appunto, il livello delle retribuzioni e del rispetto della dignità delle persone al di sotto di ogni limite accettabile.

E come è stato possibile riuscirci? Come è accaduto che tutto ciò si potesse realizzare allora e si possa realizzare ancora? Sfruttando la disperazione, la fame, la miseria. Facendo leva sulla povertà, su quel fenomeno che ricomincia a segnare con forza la propria presenza anche in Italia e in Europa, che determina le migliori condizioni per la costituzione di quell’esercito industriale di riserva che per il Moro di Treviri era la migliore armata a disposizione del Capitale per determinare, in suo favore, i rapporti di forza con il Lavoro. Come sempre hanno fatto i ricchi per soggiogare i poveri. Come ha fatto la Fiat a Pomigliano e Mirafiori, e chissà domani, come oggi prova a fare l’Electrolux in Lombardia, Veneto e Friuli, come ieri han fatto le imprese italiane di quelle stesse regioni in posti come Cluj-Napoca, Timisoara o Bratislava.

Perché non c’è una questione razziale o antropologica, tutt’altro. C’è una questione sociale, direi di classe: la classe di chi sta bene e quella di chi sta male, e accanto ai primi, sempre ci sono gendarmi pronti a difender quelle ricchezze maturate sulla pelle dei secondi e, quando serve, lesti, veloci e abili a favorire il riflusso di una normalità fatta di sopruso e sfruttamento, non appena l’onda del sentimento e dell’indignazione suscitata da un’eventuale tragedia comincia a ritirarsi.

E allora, se ha ancora senso, se si può smettere di credere al mito dell’assenza di alternative, se c’è la possibilità di una scelta di parte, essa è tutta qui: scegliere se voler essere i primi, o i gendarmi dei primi, e schierarsi con loro, oppure se voler sostenere il diritto dei secondi a vivere la loro vita non sopravvivendo in giorni che seguono le notti senza che si capisca dove gli uni cedano il passo alle altre, ma realizzandosi in piena dignità.

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