Perché sarebbe utopia far guerra alla fame con i soldi delle guerre che affamano?

È una di quelle proposte che, quando la senti, ti stupisce. Una di quelle cose che, quando la dici, determini l’effetto “pausa teatrale” su chi ti ascolta. Una di quelle affermazioni che, se la fai in un bar, ti senti rispondere subito: “è arrivato Bob Geldof”. Però, se finisci di bere il caffè, e la spieghi meglio, allora…

Io l’ho sentita qualche giorno fa, a Bra, in un incontro in cui si parlava del rapporto fra politica e ambiente, con Roberto Burdese e Pippo Civati, quando quest’ultimo ha detto:  “nell’anno dell’Expo, non compriamo F35 ma facciamo la lotta alla fame nel mondo partendo dall’Italia”.

Certo che uno rimane fermo a pensare. Ma come? Civati si candita a fare il segretario del Pd e parla di lotta alla fame? Beh, sì. E lo fa prendendo spunto dall’Expo 2015? Ehm, sì. Perché (rubo le parole al titolo del libro di Laura Puppato) se vuoi il mare, e non una pozzanghera, allora devi aprirti, allargare lo sguardo, e cercare gli obiettivi più ambiziosi. Perché se l’obiettivo è il governo per il governo, allora al governo c’è già uno dei nostri, e a che serve fare quello che facciamo. Se invece la politica vuole cambiare il mondo, allora deve cercare gli orizzonti lontani per muovere nella loro direzione i propri passi. E sì, nell’anno dell’Expo, perché se quello l’hai intitolato “Nutrire il pianeta”, poi non puoi limitarlo ad una questione di cubature, che al massimo continuano a coprire quella terra che serve a nutrire.

Ecco, fare politica significa anche andare oltre quello che c’è, immaginando quello che ci potrebbe essere. Immaginare che l’Italia, tutta intera, si impegni nella lotta alla fame, mi dicono molti, “è la solita fantasia buonista”. E perché? La fame non nasce dai movimenti naturali della crosta terrestre, ma è la figlia del modo di ripartire la ricchezza nel mondo. Perché se un miliardo di persone non ha nulla da mangiare e due miliardi soffrono per problemi dovuti all’iperalimentazione, qualcosa non torna. Perché se in una parte del mondo manca l’acqua per bere e nell’altra si sostengono forme d’allevamento tanto idrovore da non essere sostenibili da quella terra che le sostiene, qualcosa non torna. Perché se la Fao ci dice che ogni sei secondi muore di fame un bambino e ogni sei secondi piccole percentuali del nostro Pil potrebbero salvarne centinaia, io ho finito le parole.

E allora, proviamo a farla davvero qualcosa di buono. Spesso la fame e la carestia sono le conseguenze delle guerre che alimentano quelli che hanno interesse a vendere le armi per farle. Fermiamo questa follia, e cominciamo a pensare a come potrebbe essere un mondo diverso.

Sì, patendo dall’Italia e partendo dal 2015. Provate a pensate ad un Paese che investa in progetti di ricerca, in studi, in analisi per uscire da quest’incubo globale. Provate a pensare che si possa incominciare sul serio a sperimentare soluzioni innovative, partendo dalle esperienze che ci sono (quella di Slow Food e dei mille orti in Africa è un esempio, ma ce ne sono altri mille ancora). Provate a pensare che a quel grande progetto prendano parte migliaia di studiosi, ricercatori, agricoltori, imprenditori, lavoratori, che quel moto di speranza riavvii le coscienze, le menti e le braccia di un Paese che sembra stanco, e che ne attiri altre, che i suoi governanti vadano dai governanti degli altri Stati e dicano: “signori, noi ripartiamo da lì, da quella lotta che voi non volete più fare. E non ci interessano più tutti gli accordi per comprarvi le armi, gli aerei e le navi che avevamo sottoscritto. E i soldi che spenderemo in quella battaglia, non li porteremo a bilancio come se fossero spese comuni, perché sono il sostegno ad un progetto straordinario. Quindi, colleghi governanti, voi regolatevi come volete; noi, abbiamo da salvare milioni di nostri fratelli che per troppo tempo, e colpevolmente, abbiamo ignorato”.

Partendo dall’Italia, sì. Perché questa è la terra di tante cose, ma anche di quell’arte culinaria così ricca perché nata povera. Di quella capacità di trovare un equilibrio con l’ambiente anche quando si è a tavola, con quella dieta mediterranea che tutti oggi apprezzano. Sul come si possa nutrirsi senza mangiarsi le proprie risorse, noi siamo tradizionalmente esperti: perché non ricostruire su quell’esperienza del passato un presente nuovo capace di guardare al futuro?

Noi siamo un ponte di speranza fra il nord ed il sud del mondo, non una comoda portaerei per i velivoli dei potenti del globo. Quindi, come dice Civati, non compriamo F35 ma facciamo la lotta alla fame nel mondo partendo dall’Italia. Non finanziamo più le guerre e gli strumenti per farle, ma cerchiamo di dare risposte ai tanti dolori che queste hanno già arrecato.

Utopia? E perché sarebbe utopia far guerra alla fame con i soldi delle guerre che affamano?

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