E la chiameranno astensione

Già a guardarlo sovrastare la strada, mentre si percorre il ponte tante volte visto nelle pubblicità delle auto, sembra volerti raccontare il suo punto di vista. Quello di chi sta in alto, quello di chi ha tanto spazio intorno, senza nulla che gli impedisca di vedere le cose come per come sono.

E mentre tu percorri quel viadotto, vuoto come in quegli spot, perché altre vetture raramente se ne incontrano, ti vince il senso di uno struggente abbandono nel guardare quelle case fermate da una frana di cinquant’anni fa.

Craco è da allora vuota. Il paese, quello abitato, è più a valle, a Peschiera, dove s’incrociano la statale della val d’Agri e quella che porta verso la valle del Basento. Sorge lì adesso, in un pianoro stretto fra le argille dei calanchi e le colline che risalgono verso Pisticci, che pare guardarlo come dominandolo da una torre che sa di medioevo, ma è solo un serbatoio, e in fondo l’orizzonte è chiuso dalle montagne, verso Stigliano che sembra fissare proprio l’incrocio di quelle due strade. Craco Peschiera, quella nuova, è quasi tutta in quel crocicchio, compresi il campo sportivo, l’ex stazione di servizio e una lottizzazione artigianale francamente troppo ambiziosa. Sta lì, s’affaccia su quell’angolo fra le strade, e non si nasconde.

Anche a Craco si votava domenica e lunedì scorsi. Solo che i suoi abitanti, semplicemente, non ci sono andati. A recarsi alle urne sono stati meno del 18 per cento, il 17,95 per essere precisi: 138 su 769 aventi diritto. E di quei 138, in venti hanno anche annullato la scheda o l’hanno lasciata in bianco.

Le domande che si leggono oggi sui giornali sono moltissime. Perché in tanti hanno scelto di non votare? Chiedono più partecipazione? Vogliono un maggiore coinvolgimento? Una politica diversa? Pensavano di dare un segnale di rottura con il sistema della rappresentanza? Quel voto segna i limiti della democrazia così come la conosciamo? E si sprecano le citazioni, dal Macondo di Marquez al Saggio sulla lucidità di Saramago, da Brecht a Borges, da Melville a Bakunin, fino a Levi e De Martino. Tutto giusto, e anche tutto vero.

Ma io mi chiedo: perché sarebbero dovuti andare a votare? Davvero: perché? E guardate che non stiamo parlando di una zona a “bassa intensità politica”. 800 abitanti, sì, ma capaci di tirar fuori tre liste contrapposte per le comunali, di eleggere un sindaco un po’ visionario (mi scuserai, vero, Pino?) o di non rieleggere chi si era candidato per la terza volta consecutiva, confidando nelle lentezze della giustizia e provando a giocare anche sulla disattenzione o poca conoscenza delle norme da parte degli elettori, sfiorando il 75 per cento di partecipazione. Stiamo parlando di cittadini così, e stiamo parlando di appena quattro anni orsono.

E nonostante tutto, mi chiedo: perché avrebbero dovuto votare? Perché a Craco può capitare che crolli un ponticello lungo una decina di metri sulla strada, l’unica, per raggiungere i capoluoghi di provincia e regione, e che, a quasi un anno di distanza, quel ponticello sia ancora da ricostruire. A Craco può capitare che, per superare quel ponticello, disegnino una strada alternativa, poco più di una mulattiera. Può capitare che questa mulattiera, appena asfaltata, attraversi in un fosso, scendendo fin giù dove le due sponde si toccano. Può capitare, a Craco, che in quel punto, in agosto, durante un temporale, un’auto si fermi in panne nell’acqua, due donne vengano travolte e una non sopravviva. A Craco può capitare tutto questo, e può capitare che chi di tutto questo porti la responsabilità politica non senta il dovere di dimettersi, né di chiedere scusa. Ecco, davvero: perché avrebbero dovuto andare a votare?

Craco, quella vecchia, è abbandonata dal 1963. Per una frana. Per quello che insieme all’emigrazione è il simbolo più forte e veritiero di quella terra. Craco è la ferita di un’intera regione, che colpevolmente dimentica i suoi figli più deboli, e poi si chiede perché ci sia disaffezione e perché quei figli imparino a votare con i piedi: andandosene.

O meglio, non tutti se lo chiedono, anche perché i seggi si assegnano solamente sui voti validi. Mio fratello, ieri, ha commentato i dati dell’affluenza in Basilicata con un caustico: “…adesso la chiameranno astensione. Io continuo a chiamarla emigrazione”.

È proprio così. A non andare a votare sono stati i figli, partiti per posti lontani seppure ancora residenti in paese, e le madri e i padri, che ancora vivono lì e che li hanno dovuti guardare andar via. Perché avrebbero dovuto votare?

Questa voce è stata pubblicata in libertà di espressione, politica, storia e contrassegnata con , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Lascia un commento