Il largo malinteso

Sperando che nel prossimo non spariscano librerie e foto di famiglia per far posto a drappi, insegne e ad un AK-47 nell’angolo, ci siamo dovuti sorbire a reti unificate l’ennesimo video dello spregiudicato pregiudicato statista eversivo.

Ora, tutti capiscono che i sostantivi e gli aggettivi usati per descrivere l’uomo e il suo discorso non possono stare in piedi tutti insiemi e tutti dalla stessa parte. Come è possibile che lo stesso messaggio possa essere definito, da un lato, minaccia eversiva e, dall’altro, discorso da statista, e che questi due lati siano quelli della medesima maggioranza?

Per esempio, la Lorenzin, una componente del Governo, giudica le parole di Berlusconi “un discorso da vero statista”. Sarà perché la ministra non è abituata ad ascoltare gli statisti, quelli veri, intendo, ma in ogni caso il giudizio è un po’ pericoloso. Nel senso che, da cittadino, mi piacerebbe sapere se quello è anche il giudizio di un pezzo del Governo, il pezzo a cui lei appartiene. Così, tanto per sapere.

Berlusconi ha descritto l’Italia come un Paese soggiogato dalla dittatura dei magistrati, ha parlato di negazione delle libertà individuali, di regime di oppressione ed ha chiamato il suo popolo alla ribellione contro i giudici. In una democrazia normale, un leader politico che parlasse così sarebbe censurato da tutti e, magari, messo sotto tutela sanitaria e psichiatrica. Invece, sebbene chiami alla rivolta contro l’ordine costituito, il ministro dell’Interno giudica quelle parole un segno di grande responsabilità.

Scusi Alfano, può ripetere? Quindi, ministro, se davvero alcuni dessero senso pratico all’invito di Berlusconi alla ribellione, lei sarebbe dalla loro parte? Ed anche il ministero che rappresenta? Ed anche le forze dell’ordine che guida? Ci faccia capire, sa com’è: solitamente i cattivi maestri e i teorici della ribellione siedono da altre parti, non al Viminale.

Epifani, invece, e giustamente, secondo me, ha giudicato irresponsabili ed eversivi i toni del discorso di Berlusconi. Bravo segretario. Bravo Pd. Quindi, ne deduciamo, giudica anche irresponsabile la mancata condanna di quelle parole da parte di tutto il Governo? Cioè, dinnanzi ad un proclama eversivo, lei, come me, tutto si aspetterebbe da parte del ministro dell’Interno, tranne che un tweet di giubilo per il capo ritrovato. Lei, come me, si aspetterebbe una stigmatizzazione forte, non il giudizio che ne ha dato la Lorenzin. Vero? E lei crede, segretario, che con quei giudizi e con quelle opinioni rispetto ad una proposta eversiva, i due possano far parte del Governo? Possano rappresentare il Paese? Possa, condividendo quelle parole eversive, Alfano guidare ancora il dicastero preposto alla tutela dell’ordine pubblico? E se così è, se quelle parole sono eversive come dice, lei, segretario, cosa intende fare? Può chi fa sue quelle parole e vede in quelle un segno di responsabilità e un linguaggio da statista essere al governo della Nazione?

Lei ritiene le parole di Berlusconi pericolose, offensive, sconcertanti, legge in quei toni degli “irricevibili attacchi alla Magistratura e alle istituzioni”. Il vice presidente del Consiglio dei ministri, dopo quelle parole, entusiasticamente, scrive: “Si riparte, sarà un nuovo viaggio con nuovi successi”.

Il mio orecchio sente che fra le parole del segretario Epifani, che condivido, e quelle del ministro Alfano, che un po’ m’atterriscono, c’è una distanza incolmabile e una differenza inconciliabile, soprattutto se riferita ai rispettivi ruoli. Il mio occhio, però, vede il partito del segretario Epifani, che è quello a cui sono iscritto e per cui ho votato, esprimere il più grande gruppo in Parlamento a sostegno del Governo, e quindi anche del ministro Alfano. E, per usare un eufemismo, con le parole di Robert Plant, “it makes me wonder”.

Questo articolo potrebbe finire anche qui. Però.

Però, ieri alle 21,01, l’Ansa ha battuto una dichiarazione del Presidente della Repubblica. Alle 21, dopo il videomessaggio in stile “binladiano”, Napolitano ha dichiarato che: “è in atto una fase altamente impegnativa dell’attività parlamentare, che prevede l’esame di provvedimenti di vitale importanza economica e nello stesso tempo un programma di riforme istituzionali”.

No, davvero: sta scherzando, Presidente? Qui abbiamo il leader del secondo partito di maggioranza che sostiene che in Italia ci sia una democrazia dimezzata, che ci sia un regime della magistratura, che si mettano in atto persecuzioni giudiziarie, l’altro partito di maggioranza che pensa che quelle siano parole eversive, accuse sconcertanti ed attacchi irricevibili alla magistratura, e lei crede sul serio che si possa dare avvio ad un percorso di riforme istituzionali? Un partito che ritiene che siamo in presenza di una dittatura dei magistrati, quale riforma immagina che vorrà fare? E un partito che pensa che l’altro sia eversivo, come potrà accogliere e discutere le proposte di quest’ultimo?

Presidente Napolitano, lei è il garante della Carta costituzionale, non deve garantirne le modifiche. Lei ha prestato giuramento di osservanza della Costituzione, non deve suggerirne i cambiamenti, la sua riscrittura, il suo stravolgimento in tutta la parte riguardante la forma di governo della Repubblica.

Presidente, lei presiede quella magistratura contro cui si è scagliato il leader del secondo partito della maggioranza che quelle riforme, su suo impulso, vorrebbe fare. Non le viene il dubbio, anche solo per un momento, che forse sarebbe il caso di difenderla, quella magistratura, dagli attacchi sconsiderati? Lei, Presidente, sovrintende all’ufficio, lo ha espletato proprio ieri, della nomina dei giudici di quella Consulta il cui presidente, oggi, non ha nascosto dubbi e perplessità sulla conformità costituzionale del premio di maggioranza che ha disegnato la composizione dell’attuale Parlamento; è proprio sicuro che sia questo lo stato, il momento e il contesto migliore per augurarsi l’apertura di una nuova stagione costituente?

E infine, Presidente, lei è chiamato a rappresentare l’unità nazionale. Il Governo è importante, ma anche tutto il resto lo è. Lo è la dialettica parlamentare, il confronto ed pure lo scontro fra le forze politiche, lo è la democrazia, ed il suo normale essere conflittuale. C’è legittimità nel comportamento di chi sostiene il Governo, ma non c’è n’è di meno nelle posizioni di chi ne persegue la sua sostituzione con un altro progetto politico. Non confonda la stabilità con la conservazione. Se non altro, per non essere visto come il Presidente del Governo.

Perché io credo che alla base di questo progetto di governo vi fosse un largo malinteso; quello secondo cui realmente gli interessi e le aspirazioni delle due parti in causa potessero coincidere. Ma se così fosse, allora per i precedenti vent’anni, su cosa ci si sarebbe divisi? Perché ci si sarebbe avversati? Per quale motivo si sarebbe spiegato a tutti, gli uni degli altri, che si era proprio inconciliabilmente agli antipodi? Si è finto, forse, per vent’anni? Oppure, se davvero ci potesse essere la convergenza d’interessi, se veramente questo fosse il traguardo della stagione della pacificazione e se tutto questo sarebbe nell’interesse del Paese, perché allora, non farlo ancora, perché non riproporlo, perché non ricercarlo per sempre?

L’inascoltato invito dell’ultimo degli elettori ai primi fra gli eletti è proprio questo: a superare questo largo malinteso, che spinge a considerare come fine della storia un momento di essa, e di superare quel limite dello sguardo che vede in queste intese la realizzazione della neutralità; esse sono la scelta e l’interesse di una parte, per quanto grande sia, non del tutto. E per fortuna, aggiungerei.

Un giudizio minoritario? Una posizione dissidente? Un’idea in contrasto anche con quella maggioritaria del partito a cui sono iscritto? Certo. Ma, e Napolitano lo ricorderà, era minoritaria e dissidente nel partito da cui lui proviene anche la posizione di quelli che, ad esempio, sulla totale fiducia nelle ragioni dell’Urss sui fatti d’Ungheria nutrirono forti dubbi e non nascosero la loro contrarietà, fino a trarne le conseguenze. Furono fortemente criticati, quasi messi al bando da quel partito e da quelli come Napolitano, salvo poi, cinquant’anni dopo, vedersi da questi riconosciuto l’onore della ragione.

Non si ha sempre torto solo perché si è minoranza.

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