Chiamarla tragedia per non doverla spiegare

Se ne fossero annegati quattro al giorno, la chiameremmo tragedia? E se fossero morti in 30 alla settimana, ma pochi per volta e da imbarcazioni diverse, la chiameremmo tragedia? E se per i motivi che li hanno spinti a rischiare la vita per sfuggire alla morte, per le medesime cause, si spegnessero ogni anno milioni di uomini, milioni di bambini, in tanti luoghi lontani dalle nostre coste, la chiameremmo tragedia?

Se la risposta è sì, allora è una tragedia tutto quello che accade, e nessuno di noi ha colpa. La morte fa parte della vita e non si può pensare di sfuggirle, tantomeno mettendosi in camminino attraverso il deserto o affrontando il mare su un barcone malsicuro. E su quel proscenio possiamo fare il coro, piangere e batterci e maledire la sorte. E assolverci.

Perché, in fondo, quello che ci preme è dire che non è colpa nostra. Pensare che gli oltre trecento morti (ché, in un naufragio simile, i dispersi son solo corpi non ancora ritrovati) dell’altra notte ad un chilometro dalla costa lampedusana, si siano capovolti con la loro barca perché non esser riusciti a domare l’incendio divampato dopo aver dato fuoco ad una coperta per farsi vedere, che i tanti che partono vivi dalle coste nordafricane e giungono cadaveri sull’altra sponda del Canale di Sicilia, muoiano per colpa di scafisti senza scrupoli, che i bambini cullati dai flutti e non più dalle braccia delle madri, siano annegati perché i genitori hanno corso il rischio di far fare loro una traversata così pericolosa, oppure che tutti siano affogati per il mare grosso e perché, prima di mettersi in barca, si dovrebbe almeno saper nuotare. Tanto, è tutto dannatamente uguale.

E se, invece, vi dicessi che sono morti per l’aroma di caffè che sentiamo tutte le mattine nelle nostre cucine e per lo zucchero che mettiamo nella tazzina? Se vi dicessi che sono annegati nel freddo delle acque notturne per il tiepido abbraccio dei nostri caloriferi? Se vi dicessi che hanno rischiato e perso la vita per il vibrare dei circuiti del notebook su cui sto scrivendo questo pezzo? Se vi dicessi che quei corpi che il mare adagia sulle nostre coste sono il prezzo da pagare per adagiarci nelle nostre comodità, voi cosa mi rispondereste?

Disboschiamo intere foreste tropicali per arredare le nostre case, sottraiamo terreno ai loro pascoli ed alla loro agricoltura per riempire di prodotti superflui le nostre dispense, tiriamo fuori dal loro sottosuolo le risorse ed i metalli che servono alle nostre economie, e quando abbiamo finito, vendiamo loro anche le armi necessarie a sterminarsi reciprocamente, utilizzando la miseria e la menzogna del potere per tenere vivi conflitti che, per questa parte del mondo, comunque vadano a finire, comportano sempre un guadagno.

Esagero? Può essere, ma proviamo a guardare le cose da un altro punto di vista. Prendiamo il caso dell’accaparramento dei suoli fertili del pianeta da parte dei paesi ricchi. Land grabbing, lo chiamano ora. È un crimine, ma non è perseguito. Compriamo o affittiamo a prezzi ridicoli, immense quantità di terreno nei paesi poveri, per garantirci la sovranità alimentare o appezzamenti di terreno per colture a fini industriali ed energetici. In pratica, è la continuazione del colonialismo con altri mezzi. Ma è una metodologia più fine, e per certi versi ancora più cinica, perché spieghiamo a quelli che di fatto espropriamo, che con quegli investimenti ci saranno le risorse per lo sviluppo e possibilità per l’occupazione. Nel frattempo, governi e grandi multinazionali (i cui confini reciproci, sempre più spesso, sfumano), assumono il controllo delle terre e delle risorse collegate, come l’acqua. In molte aree dell’Africa, da tempo i terreni vengono così comprati e gestiti, ma che questo non comporti il miglioramento delle condizioni di vita di quei paesi lo dimostra il fatto che gli stessi, e sempre di più, vengono considerati “heavily indebted poor countries” (nazioni povere pesantemente indebitate) nei programmi delle Nazioni Unite, nonostante, e proprio per quelle continue esportazioni, la loro bilancia commerciale sia in attivo. Appunto perché quelle non sono le loro esportazioni, ma le esportazioni dei nuovi padroni della loro terra.

Lo stesso discorso si potrebbe fare per lo sfruttamento delle risorse minerarie ed energetiche del sottosuolo e per le guerre. Non ci voleva un papa a ricordarci che spesso molti conflitti vengono determinati e alimentati da chi ha interesse a vendere armi e che spesso quel “chi” è chi le produce, chi trae reddito dalla loro fabbricazione, chi campa costruendo oggetti che servono ad ammazzare, e che, per continuare a costruirli, in qualche modo deve far sì che qualcuno li “consumi”. Non ci voleva Bergoglio a ricordarcelo; è solo che noi, qui e da questa parte dell’orizzonte, quelle cose abbiamo smesso di dirle.

La “tragedia di Lampedusa” è tutto questo: il lacerarsi del velo dell’ipocrisia. Per chi governa il mondo ricco, l’importante è rassicurare i propri governati sul fatto che la sicurezza del loro stile di vita sarà stabile e duratura. E quindi, le donne, gli uomini e i bambini che si mettono in cammino per provare a nutrire la speranza che possa ancora esserci speranza, diventano “flussi” da gestire. Ed in ossequio al supremo mito della sicurezza, vale tutto. Vale subappaltare a dittatori senza scrupoli l’orrore, perché morire in un deserto libico, lontano da obiettivi e diportisti, fa meno rumore nei telegiornali all’ora di pranzo, ma non meno male a chi muore. E vale, dopo, dirsi affranti e sconsolati per le vite umane perse in una disgrazia, ma solo perché sono troppe e troppo vicine per poter esser ignorate.

La ridda di dichiarazioni nei giorni successivi all’ultimo naufragio, ha avuto del surreale. Chi ieri parlava di politica dei respingimenti, oggi scopre che, respingendoli quando già la loro terra li ha respinti, ad accogliere i disperati rimangono solo le onde. Quelli che hanno istituito o non hanno eliminato i centri di identificazione ed espulsione, lamentano la mancanza di accoglienza. I tanti che non vogliono vedere il motivo di tanta disperazione, parlano di accordi con i paesi d’origine dei migranti: miei cari rappresentanti della nazione, ma di che diavolo state parlando? A quali paesi d’origine vi riferite? Non cercate nella geografia il movente di quella disperazione: è nella storia e nell’economia che lo troverete. Non vengono da quei nomi che alle loro case avete dato sui vostri atlanti; fuggono da paesi che si chiamano miseria, guerra, carestia e sfruttamento. E con chi governa quelli che dovete fare accordi.

A che servono governi piangenti, se fino a ieri nessuno li ha visti quei governanti, se non col volto feroce dello sceriffo. Alfano a Lampedusa ha detto che gli si spezzava il cuore, a Montecitorio che le leggi sull’immigrazione non si toccano. Dall’altra parte, s’è detto che quelle leggi vanno cambiate, ma è stato detto dagli stessi che hanno scelto, sostenuto e difeso Alfano nel suo ruolo di tutore dell’ordine. Signori, mettetevi d’accordo; evitate le messinscene dinnanzi ai morti. Se non per dignità, almeno per decenza.

Letta, il capo del governo simbolo dell’unita nel supremo interesse della nazione (è questo il senso della vulgata diffusa sulle larghe intese, giusto?), mentre la legge del paese che guida considera rei di clandestinità i superstiti, ha detto che i morti di Lampedusa “sono, da oggi, cittadini italiani”. Grazie, signor presidente del Consiglio dei ministri; io non avrei saputo spiegare meglio il suo pensiero e quello del governo che lei guida. Un pensiero che, più o meno, dice che siete disposti a piangere i morti, a battervi il petto ed a disperarvi per il dramma, ma continuando ad ignorarne le cause, per non dover su quelle agire e non voler per quelle cercare i responsabili.

Sono così pericolosi i vostri clandestini, che muoiono a frotte nel nostro mare. Sono così terribili questi immigrati, che piangono i loro morti in silenzio. Hanno gli occhi di un bambino smarrito che cerca la madre annegata, i feroci barbari dei vostri comizi. E quando muoiono sulle nostre coste, non ci sono bare per loro, come non ce ne sarebbero state lungo i deserti che hanno attraversato prima di imbarcarsi o nella terra dove il loro cammino è cominciato. Alla fine di quel viaggio, almeno il mare di loro ha avuto pietà, accogliendoli nel suo abbraccio come avrebbe accolto quelli che ora sono ricchi, se le parti fossero state invertite.

Ma sappiamo anche l’altra verità di questa storia, quella che raccontavano in processione gli abitanti di Lampedusa: “lasciateci soli”, dicevano ai rappresentanti delle istituzioni, “ci siamo abituati. Almeno, evitateci l’ipocrisia del momento. Di tutto abbiamo bisogno, ma non di quella”. E sappiamo che presto, molto, troppo presto, qualcuno rammenderà quel velo d’ipocrisia strappato.

Sappiamo che il mare, bellissimo e quasi indifferente alle nostre lacrime, con il suoi flutti che oggi ci restituiscono i corpi di quei disperati, domani ci restituirà la quotidiana e assurda normalità. Come le sue onde, infatti, rifluirà il moto d’animo che stiamo vivendo. Quella che oggi è una tragedia immane, domani sparirà negli archivi dei giornali, buona, al massimo, come paragone, confronto per eventi futuri, per il prossimo triste frutto della disperazione e della povertà, che potranno così essere posti in relazione statistica, per numeri e modi, tempi e circostanze, con “la tragedia di Lampedusa del 3 ottobre 2013”.

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