Domani non ci sarà una storia diversa

Scrive Piero Ignazi, ieri, su La Repubblica, che «durante la segreteria Renzi si è assistito a uno stillicidio di fuoriuscite, individuali e collettive. Questa emorragia di quadri dirigenti e intermedi, nonché di iscritti ( il partito è al minimo storico), avrà forse impoverito il Pd di voci diverse ma ha consentito al leader di aumentare la propria supremazia. I risultati si sono visti già l’anno scorso quando Renzi ha avviato un congresso-lampo a suo uso e consumo senza che l’opposizione interna alzasse la voce. Poi, una volta stravinte le primarie grazie anche a candidature alternative inconsistenti, ha ridotto al minimo la presenza delle opposizioni in direzione. E ora, forte di una maggioranza bulgara negli organi dirigenti, ha potuto giostrare le candidature […] la vita del Pd è ridotta all’approvazione plaudente delle relazioni-fiume del segretario, senza uno straccio di dibattito. Il culto del capo ha infettato il corpo di un partito un tempo plurale, articolato e dialettico. Alla fine il PdR (partito di Renzi) è nato davvero. Con un po’ di ritardo rispetto alla tabella di marcia — la vittoria nel referendum doveva dar vita al big bang — e senza grandi proclami, il progetto è arrivato in porto. La confezione delle liste ha dimostrato il dominio assoluto di cui gode oggi il segretario del Pd. Non solo: ha posto le basi per il mantenimento di tale dominio. Qualunque cosa accada alle elezioni, sia che vinca sia che perda — l’asticella è posta al 25,6%, risultato delle ultime elezioni — Renzi avrà il controllo di almeno tre quarti dei parlamentari. Grazie a una falange così compatta potrà manovrare a piacimento su ogni terreno in Parlamento, dal sostegno a un governo del presidente/tecnico/delle astensioni, ad accordi con ogni altra forza politica. Quando si dominano a tal punto il gruppo parlamentare e gli organi di partito, un leader volitivo qual è Renzi può agire con la massima libertà».

La lunga citazione del politologo emiliano è una buona fotografia dello stato dei fatti della vita interna al Nazareno e delle prospettive che da questo derivano. Mi ha molto colpito la scelta di Cuperlo, politico e galantuomo d’altri tempi, che pur di non acconciarsi a prendere un posto non suo, ha deciso di non candidarsi affatto, per rispetto degli elettori del collegio in cui avrebbe dovuto essere inserito. Gesto nobile, che però a quegli elettori non ha portato alcun riconoscimento, diciamo così, territoriale, visto che in men che non si dica, la casella lasciata libera da lui è stata occupata da un altro candidato da Roma, il viceministro uscente Claudio De Vincenti. Sono stato invece letteralmente impressionato dalle parole con cui un altro candidato in pectore, Peppe Provenzano, ha rinunciato al posto definito sicuro, subito dietro la figlia d’arte Daniela Cardinale, parlando, durante i lavori della direzione democratica, di «ereditarietà delle cariche pubbliche» quale «residuo di feudalità». Addirittura allibito, invece, mi hanno lasciato le frasi di Ugo Sposetti, senatore uscente del Pd, che ha definito Renzi «un delinquente seriale», come racconta Goffredo De Marchis per La Repubblica di domenica scorsa. La cosa curiosa è che tutti loro, nessuno escluso, dicono che si impegneranno per il Pd. Io per considerazioni in fin dei conti molto più lusinghiere, da quel partito me ne sono andato; loro, no. E dunque, le parole di Ignazi: «Qualunque cosa accada alle elezioni», si ricordava più sopra, «Renzi avrà il controllo di almeno tre quarti dei parlamentari. Grazie a una falange così compatta potrà manovrare a piacimento su ogni terreno in Parlamento». Poi non dite che non lo sapevate.

Anche perché, insomma, la questione non è diversa da quello che si è già visto. Avete presente le Europee 2014? Bene, pure in quella circostanza, in molti votarono perché quello era il loro partito. Solo che, a voti contati e 40% ottenuto, Renzi spiegò a tutti che quello era il consenso per lui, per fare le cose che lui voleva che si facessero: e quindi, Jobs Act, Buona Scuola, riforma della Costituzione, Italicum, eccetera, eccetera, eccetera, furono imposti a colpi di voti in direzione persino a quei (pochi) parlamentari (a parole) riottosi.

E io non immagino una storia diversa domani.

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