E in questa considerazione, mi taccio per un po’

Un articolo dell’agenzia stampa Yonhap, ripreso dall’edizione online del Korea Times dello scorso 18 giugno, racconta una storia che sembra paradossale, ma non credo lo sia poi tanto: «Kim Hyun-seop buys a lottery ticket once in a while, hoping to get on the fast track to his dream: buying a decent home in Seoul. The 40-year-old office worker commutes from an apartment in Ilsan in northern Gyeonggi Province to the Gangnam district in southern Seoul, which takes about 1 1/2 hours by intercity bus. “I want to move from my apartment, where I live on ‘jeonse,’ (un sistema d’affitto in cui, invece che un canone mensile, l’affittuario paga un’unica grossa somma, quale cauzione e pigione contemporaneamente, ndr) to reduce my commute, but I can’t find an affordable place in Seoul,” the father of two children told Yonhap News. “I feel like apartment prices in Seoul have gone beyond my reach in recent years.” […] Kim is one of many Koreans who buy lottery tickets in the hopes of home ownership, a symbol of middle-class financial security, as the runaway property prices have made it hard for an ordinary household to buy a place in the capital city with only their savings. […] “The odds of winning a lottery and the right to buy the apartment are similar for me in that they are both near zero,” Kim said».

Seoul è il posto del mondo dove ho vissuto la più grande emozione della mia vita; di certo, però, non posso dire di conoscerla a fondo. So dov’è Gangnam, dove il signor Kim dell’articolo lavora, ma ignoro come sia la Islan in cui vive. Ho visto una città dinamica, certo, però non posso immaginare che sia tutto sfavillante come le luci di Gangnam, appunto. Nelle settimane in cui l’ho vissuta, mi sono capitati all’occhio un paio di vicoli che, nella loro geografia, raccontavano una storia decisamente più sofferta dei maestosi daero con le vetrine lussuose e dei laterali gil pieni di locali alla moda. Prima che arrivasse Parasite a dirlo a tutti, credo che nessuno non riuscisse a immaginare che quell’esplosione di ricchezza fosse piena di stridenti e forti contraddizioni. E non vale solo per le città in pieno sviluppo dell’Asia orientale. Anche le già ricche città d’Occidente, nelle loro ultime trasformazioni, disegnano scenari come quello, in cui è più facile vincere alla lotteria, che non avere la possibilità di comprare una casa decente per sé e per la propria famiglia.

Sul New Yorker del primo giugno dello scorso anno, Nathan Heller, in un bel reportage dalla città del Golden Gate Bridge e delle persone gentili con i fiori nei capelli, per cantarla con Scott McKenzie, sulle condizioni dei senzatetto (fenomeno crescente in California non più che da altre parti negli Usa, da New York alle Hawaii, passando per Washington D.C., ma lì «simply more visible»), scriveva di come, da uno studio dell’Università del New Hampshire e del sito di ricerche immobiliari Zillow, emergesse «that homelessness numbers started climbing when median rent exceeded twenty-two per cent of median income, and shot up when it reached thirty-two per cent. In San Francisco, despite its high salaries, the median rent-to-income figure rose above thirty-nine per cent. A professional can earn what even a decade ago would have appare a princely wage and still feel a cold updraft from the gap below. That’s alarming, beacause San Francisco, Seattle, Boston, and New York are non outliers when it comes to economic trends; they’re leading indicators».

Precisamente quello che voglio dire: quelle città non sono anomalie. Al contrario, sono i principali indicatori delle tendenze economiche in atto. Vale per Seoul nel racconto di Kim come per la San Francisco dei lavori creativi, e strapagati, delle multinazionali della Silicon Valley; la città si apprezza. Non nel senso, o non solamente in questo, del giudizio kantianamente inteso, ma proprio in quello espresso dall’economia e suoi valori immobiliari: diventa cara, e, progressivamente, con quella dinamica e quei parametri dello studio citato da Heller e le sensazioni provate da Kim, caccia quanti, con le loro risorse e redditi, non riescano a starle al passo.

E succede negli Usa, in Asia e in Europa, più o meno nello stesso modo. Un annetto fa, leggevo che nel quartiere di Kreuzberg, a Berlino, i residenti hanno protestato contro l’apertura di un campus di Google, proprio per il timore degli effetti gentrificatorii (prima o poi, però, un termine migliore bisognerà trovarlo) che questo avrebbe potuto comportare. E sempre a Berlino, dal contiguo quartiere di Friedrichshain, è partito un movimento che chiede l’esproprio nei confronti dei gruppi immobiliari con più di tremila appartamenti per destinarli a fini sociali e all’affitto a canoni calmierati (nelle prime proteste, è apparso un cartello con su scritto «Faire Mieten für Alle», affitto equo per tutti, durante una manifestazione sulla Karl-Marx-Allee; riempie il cuore, devo ammetterlo).

Non va meglio in Italia, se pensiamo alle difficoltà che può avere una famiglia a Roma o a Milano, dove il prezzo medio per l’affitto arriva anche ai 20-25 € al metro quadrato, 1.200-1.500 € al mese per un appartamento di 60 m²; provateci, a formare una famiglia e crescere dei figli con un contesto come quello di una grande area urbana, non avendo un appartamento di proprietà e dovendo pagare solo per la casa più di quello che è oggi lo stipendio medio nel nostro Paese. Perché una famiglia, una vita, la costruisci sotto un tetto, o non la costruisci.

Altre cose, sfiducia nel domani, apatia sociale e civile, persino rabbia, sono conseguenze. Certo, ora sarei tentato di cercare un esempio in qualche altro sistema economico, alternativo a quello del capitalismo spinto che da anni stiamo vivendo, e che l’ultimo periodo ci ha detti in tanti pronti a ridiscuterlo dalle fondamenta (cosa che chi scrive, in verità, sostiene da ben prima che un virus decidesse che fosse ora per il suo spillover, ma non è il caso di parlarne). E in un certo senso, dovrei. Poi, però, penso alla Seoul con cui ho aperto questo post, e al suo fiume, l’Han, che bagna anche l’Islan di Kim e prosegue, verso il Mar Giallo, fino a segnare, nel suo ultimo tratto, il confine tra la Corea del Sud e quella del Nord. E allora penso che se Kim fosse nato 50km più a nord, probabilmente non avrebbe avuto nemmeno la possibilità di comprarlo, quel biglietto della lotteria.

E in questa considerazione, mi taccio per un po’. Buona estate.

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