Da Vermicino al Mottarone; è davvero necessario mostrare tutto?

Nei giorni scorsi, siamo stati invasi dal ricordo per l’anniversario dei quarant’anni dalla disgrazia capitata al piccolo Alfredino, a Vermicino, nei pressi della capitale. Chi non la ricorda, fra quelli che c’erano e tra quanti son venuti dopo? Fu ed è un dolore infinito, per lui e la sua famiglia. Divenne tragedia nazionale, la prima in diretta tv. Abbiamo anche letto, poi, su molte testate critiche a quella spettacolarizzazione degli eventi duri, come quello d’inizio estate del 1981, appunto. L’abbiamo letto, certo: e una settimana dopo, gli stessi organi d’informazione diffondevano il video dell’incidente del Mottarone. Così, i parenti delle vittime e l’unico sopravvissuto, potranno risentire il dolore su internet, ogni volta che lo vorranno. Perché è per questo che l’hanno fatto, giusto?

Ha scritto bene, a proposito della diffusione del video ripreso dalle telecamere di sicurezza della funivia sul Lago Maggiore (depositato quale atto d’indagine e, come tale, portato a conoscenza degli indagati, non certo per essere diffuso a reti e mezzi unificati), sul suo profilo twitter Mario Calabresi: «Un tempo, grazie al cielo, non esistevano telecamere ad ogni angolo di strada e così non sono cresciuto con un’immagine fissa negli occhi. Penso allo strazio di chi rivivrà in continuo l’ultimo attimo di vita di una persona amata». Ai direttori di testata, ai redattori e ai giornalisti, e persino a chi, materialmente, ha caricato il video su quelle pagine o avviato la sua trasmissione, faccio una domanda: è davvero necessario mostrare tutto? Cosa aggiunge, alla conoscenza collettiva dell’accaduto, in un caso del genere, il poterlo vedere mentre accadeva? Non intercetta, invece, macabre pulsioni già abbondantemente diffuse, e a cui purtroppo non c’è bisogno di fornire ulteriori occasioni? Se fosse stato un vostro caro, a perire in quella disgrazia, avreste voluto saper pubblicati e continuamente disponibili tutti i fotogrammi degli ultimi istanti della sua vita?

Perché è questa, in fondo, la domanda che mi farei. Qui non si tratta di mostrare un evento, per quanto duro, perché è necessario sapere che sia accaduto. Questo può valere per le immagini dei morti in mare, come valse per la Shoah e vale per le guerre e per gli infiniti orrori di cui gli uomini sono capaci. Qui, l’accaduto è chiaro e non negato; poterne osservare i dettagli nel suo svolgersi non aggiunge nulla alla necessità di portare il pubblico a conoscenza dei fatti, ma serve solo a fare numeri di visualizzazioni.

A questo sono ridotti, il giornalismo e la libera informazione?  

Questa voce è stata pubblicata in libertà di espressione, società e contrassegnata con , , , , . Contrassegna il permalink.